PERSONAGGI DI FOIANO

I cittadini foianesi che con il loro lavoro si sono distinti nel territorio, nella nazione e nel mondo, ma anche i personaggi allegri e simpatici che hanno portato vivacità nel paese.

VISTA COMPLETA PERSONAGGI DI FOIANO  (vista per voce)
Bergamaschi Luigi
Biagio Da Foiano
Bottarelli Giovanni
Ceracchini Gisberto
Del Corto Avv. Giovan Battista
Fojanesi Giselda
Fra Benedetto Tiezzi da Fojano
Gervasi Galliano
Giovagnini Valentina
Goracci don Luigi
Mannozzi Niccolò
Mazzerelli Alcibiade
Melacci Bernardo
Mencarelli, Padre Andrea
Muraca Ilio
Neretti Luigi
Nocentini Niccolò
Pasqualini Mauro
Presenzini Euclide
Presenzini Giuseppe
Reali Mario Lucrezio
Redditi Ferdinando
Senesi Mario
Seriacopi Francesco Natale
Seriacopi Marino
Tartaglini Leone
Vannuccini Ernesto, Enrico e Luigi
Bergamaschi Luigi <Torna al menù>

Allenatore di pallacanestro e dirigente sportivo

 

Nato a Foiano della Chiana l’ 11 giugno 1951
Sposato con Gabriella Cenisio.
Un figlio: Lorenzo.

Tutto inizia nel 1973 ad Arese. Luigi inizia ad allenare i giovanissimi sul campo di basket dell’oratorio della allora piccolissima città dell’hinterland milanese. Sull’onda dei primi successi fu costruita una palestra comunale teatro per molti anni di vittorie ed emozioni indicibili. Nei dieci anni successivi dal 1978 al 1988 la squadra aresina vince tutti i campionati (prima divisione, serie D, C2,C1,B e B1) fino alla promozione in serie A in un famoso playoff contro la Stefanel Trieste. 

Dal 1988 Luigi guida l’allora Teorema (prima Aresium ed infine Ambrosiana Milano) per 8 campionati di serie A includendo, nel ruolo di General Manager, l’ultima promozione quella dalla A2 alla A1 nella stagione 1994-1995. Dopo la scomparsa della Società dal 1996 Luigi inizia l’attività di scout, agente ed organizzatore di eventi, sempre legati alla pallacanestro. 

Si ricorda in particolare l’organizzazione della prima Summer League Italiana (Nutella Cup) che si svolge nelle città di Milano e Bologna. Successivamente è Direttore del primo “Dino Meneghin Timberland City Camp”. Questa avventura dura 3 anni durante i quali vi è anche una parentesi da allenatore in B1 a Vigevano. 
In questi anni comincia la collaborazione con l’Agenzia USA Advantage International in qualità di consulente ed agente per l’Italia. In seguito l’accordo con la Bell Management che fissa l’inizio della carriera di procuratore specializzato in giocatori Americani.

Si ricordano nel tempo e fra gli altri: Henry Williams, A.Goldwire, Keith Mcloud, David Vanterpool, Derrik Dial, Abdul Rauf, Ansu Sesay, Rodney Monroe, Charles Smith, Alvin Young, Corsley Edwards, Chandler Thompson, Larry Ayuso, Luis Flores, Tony Dawson, Sconnie Penn, Beno Udrih, Mate Skelin, Alvin Sims, Joshua Powell, Damir Mulaomerovic fino ai più recenti Duane Woodward, Travis Watson, Preston Shumpert, Rick Apodaca, Randolph Childress, Michael Hicks, Bj McKie, Ronald Slay, Terrel Lyday, James Collins, Anthony Grundy, James Thomas, Delonte Holland, Jack Martinez, Aleksander Capin, Sean Colon, Marques Green, Hector Romero, Marco Killingsworth, Arthur Johnson, Hassan Adams, Tierre Brown, Brandon Bowman e Jamie Lloreda. 

Il bilancio è di 34 anni di lavoro di cui 23 da Allenatore , 3 da Promoter e 8 da Agente. Sul campo (unico in Italia) 8 promozioni, 2 volte allenatore dell’anno in serie B ed in B1 e, nel 1989, il premio alla carriera dalla Federazione Italiana Pallacanestro.

Fonte: http://www.doublebmanagement.com/
Biagio Da Foiano <Torna al menù>

Biagio Da Foiano (XVI), Capitano di truppe di Ventura di qualche rinomanza. Combatté con i Senesi nella guerra del 1553-54.

Bottarelli Giovanni <Torna al menù>

Bottarelli Giovanni (XVII), scrisse un libro intitolato “De’ Bagni di S. Casciano. Osservazioni del Dott. Giovanni Bottarelli Medico Fisico di Foiano. Al Serenissimo e Reverendisiimo Signore Principe Cardinale Francesco Maria di Toscana. In Firenze per Vincenzo Vangelisti”.

E’ ben fatto e scritto in buona forma. Tratta dell’efficacia dell’acqua di S. Casciano ed è chiuso da una lettera del 30-9-1688 in cui fa anche cenno ai Bagni di S. Giuliano in provincia di Pisa. Nella prefazione accenna ad una certa acqua del Bagno, presso Foiano, che definisce eccellente. Di lui si occupò il dott. Viviani di Arezzo nella sua “Guida della Provincia di Arezzo”.

Ceracchini Gisberto <Torna al menù>

Gisberto Ceracchini (Foiano della Chiana, 1899 – Castiglione del Lago, 1982) è stato un pittore italiano.

Biografia
Figlio di semplici contadini, a soli 16 anni, trasferitosi a Roma, si dedica da autodidatta alla pittura. Nel corso della sua vita fece importanti esposizioni sia in Italia che all'estero, tra cui nel 1921 e nel 1925 rispettivamente alla I e alla II Biennale di Roma, nel 1926 e 1929 alle mostre del Novecento italiano a Milano, nel 1927 all'Esposizione d'arte italiana di Amsterdam, e nel 1929 all'Esposizione internazionale di Barcellona, nel 1930 a Buenos Aires, nel 1932 alla II Biennale di Venezia, nel 1935 alla mostra d'arte italiana del XIX e XX secolo a Parigi. Nel dopoguerra intraprende numerose imprese decorative in varie chiese di Roma. Insegnò anche pittura all'Accademia di Urbino.

Opere d'arte
Mosaico raffigurante Madonna col Bambino fiancheggiati da San Giuseppe e San Nicola - Chiesa di San Nicola (Cosenza).
Affresco per il Sacrario dei caduti aretini fascisti - 1936.
Famiglia, olio su tela. Roma, 1923-1932.
La Casta Susanna, olio su tela - 1927.
Ritratto Del Figlio Leopoldino, olio su tela - 1940.
Autoritratto, olio su tela.
Studio Di Adolescente Porta Stendardo, olio su tela.
Bambino Con Mantella, olio su tela.
Riposo, olio su tela - Roma, 1930.
Ciclo di affreschi nel Palazzo Camaiani - Arezzo.

Bibliografia
Gisberto Ceracchini. Un «Caso» dell'arte italiana del '900 - Boscherini Leopoldo, Editrice Era Nuova - 1999.
Catalogo della mostra Gisberto Ceracchini, a cura di L. Boscherini, testi di F.R. Morelli, V. Rivosecchi, Montepulciano 1989.
I cartoni di Ceracchini e la problematica dell'arte sacra - Mercuri Patrizio, Editore Guaraldi - 1998.

Fonte: www.wikipedia.org
Del Corto Avv. Giovan Battista <Torna al menù>

Del Corto Avv. Giovan Battista (1858-1917), nato in Lucignano, ma vissuto e morto a Foiano ove esercitò la professione di avvocato e fu anche Sindaco.

E’ autore della “Storia della Valdichiana”, libro di sommo pregio e di grande interesse, universalmente apprezzato, ma divenuto molto raro. Scrisse anche una monografia su Castel Pugliese.

La Storia della Valdichiana alla cui preparazione l’Avv. Del Corto dedicò lunghi anni di studio e di meticolose ricerche, è, nel suo genere, un’opera veramente classica, e si divide in 4 parti: Vicende storiche, Sistemazione idraulica, Vita economica e sociale, Uomini illustri.

Un manoscritto originale riveduto ed aggiornato, preparato dall’autore per una seconda edizione, trovasi presso l’Accademia Francesco Petrarca di Arezzo.
Fojanesi Giselda <Torna al menù>
Giselda Fojanesi naque il 28 agosto 1851 a Foiano della Chiana (Arezzo) e morì a Lodi il 3 febbraio 1946. Figlia di Pietro, patriota e piccolo proprietario terriero, e di Teresa Fossi; nel 1861 il padre cedette le proprietà per trasferirsi a Firenze al fine di avviare le figlie agli studi.

Donna di grande cultura, legata a tre grandi letterati di fine Ottocento e inizio Novecento: sposa il poeta Mario Rapisardi dopo aver amato Giovanni Verga, sul quale esercita una decisiva influenza per la redazione del romanzo “Storia di una capinera”; con ogni probabilità la sua tormentata storia matrimoniale risuona nella trama de “L'esclusa” di Pirandello. L’autrice Marise del Soldato Farnetani , anch'essa nata a Foiano della Chiana e parente della Giselda, ricostruisce una pagina poco nota della storia della cultura italiana nel suo testo “Giselda Fojanesi Rapisardi ovvero L'esclusa di Pirandello”.   

Giselda Fojanesi, d'indole e d'intelligenza viva e precoce, completò i corsi normali a sedici anni e, due anni dopo, conseguì l'abilitazione all'insegnamento. In quel periodo, insieme con la madre, cominciò a frequentare il salotto di Erminia Fuà Fusinato conoscendo pittori quali L. Ademollo e S. Ussi e casa Dall'Ongaro dove ebbe modo di conoscere G. Prati, M. Pratesi, G.B. Cuneo, A. De Gubematis, M.A. Bakunin e, nel maggio del 1869, il grande scrittore G. Verga che si innamora di lei.    
Nel settembre 1869, a 18 anni appena compiuti, Giselda Fojanesi fu assunta presso il convitto provinciale di Catania per l'interessamento di Maria Dall'Ongaro e il poeta Mario Rapisardi. Raggiunse in convitto in compagnia della madre e Giovanni Verga che aveva rimandato la sua partenza per rimanerle vicino.

Il Verga pregò Giselda Fojanesi di descrivere l’esperienza del convitto esercitando una decisiva influenza che lo portò alla redazione del romanzo “Storia di una capinera”.   

Il Rapisardi, gelosissimo del Verga, cui era comunque legato da antica amicizia, innamoratosi della maestrina, si dichiarò insistentemente con pose romantiche e plateali a Giselda Fojanesi che le causò dapprima un richiamo e quindi il definitivo allontanamento dal posto di lavoro.
Giselda Fojanesi riparò in Toscana per breve tempo, finché il Rapisardi ottenne la cattedra di letteratura italiana nell'ateneo catanese, risolvendo la precaria situazione economica. Richiamò Giselda per sposarla il 12 febbraio 1872 a Messina.

Lontana da Firenze, costretta dai diversi usi e costumi isolani, dall'aperta ostilità della suocera, dall'ossessiva gelosia del marito e dalle sue fobie e intemperanze caratteriali, Giselda Fojanesi divenne ben presto cosciente della profonda infelicità in cui versava.     

Qualche conforto tuttavia le perveniva dall'amicizia con M. Serao e con F. Martini, allora direttore del Fanfulla, e dall'attività letteraria, cui anche il Rapisardi inizialmente sembrò porgere cauto consenso. Lodata da E. Nencioni e incoraggiata dal Verga.   
Nel '79, se non già prima, si dedicò alla composizione di “Maria”, la sua migliore opera, un romanzo destinato alle appendici del Fanfulla.    
Collaborò con varie testate importanti, tra cui La Tribuna, Il Caffaro, Scena illustrata, e in particolare, con il "Fanfalla della Domenica" con la pubblicazione di quasi tutte le novelle che raccolse in “Cose che succedono”, edito nel 1886.   

Nel 1880 Giselda Fojanesi, in visita a Firenze, incontra di nuovo Giovanni Verga riallacciando la relazione con lui.

Il 19 dicembre 1883 Rapisardi scopre una lettera d’amore del Verga indirizzata a Giselda e la caccia di casa.

Giselda Fojanesi sfruttò ogni occasione lavorativa: dalle lezioni private alla collaborazione sempre più assidua con giornali e riviste, dalle traduzioni all'opportunità offertale già dal 1884 di coadiutrice nella guida degli educandati femminili. A questa nuova attività e agli insorgenti interessi pedagogici va ricondotto il resto della sua produzione, pervasa d'intenti didascalici. A trentanove anni - essendosi iscritta all'Istituto di studi superiori di Firenze - si laureò discutendo una tesi su Gaspara Stampa; ottenne una cattedra di italiano nelle scuole superiori, prima a Bari, poi a Perugia, quindi per un breve tomo di tempo a Venezia, e infine a Milano, quale ispettrice degli educandati femminili.

Cessò l'attività nel 1923.

Donna colta, intelligente, evoluta, "premontessoriana" addirittura nelle riflessioni che andava maturando sui criteri educativi nei collegi, femminista ante litterant nella rivendicazione del voto alle donne, ma prima ancora nel rifiuto di ogni orpello tradizionale e d'ogni retrivo pregiudizio, e nel perseguire tenacemente un'eguaglianza di fatto, sperimentata a principiare dai difficili eventi personali: prova ne sia che, con ogni probabilità, la vicenda della separazione dal Rapisardi e l'allontanamento subito dal tetto coniugale costituirono primaria decisiva fonte d'ispirazione per L. Pirandello nell'orchestrare la storia di Marta Ajala ne “L'esclusa”.    
A lei dedicarono versi, oltre al Rapisardi, Eva Cattermole (la Contessa Lara, che intessé una relazione col marito, presto sfumata), G. Ardizzoni, E. Fuà Fusinato.
Il Verga rievocò il viaggio giovanile in sua compagnia in “Di là del mare”, ultima tra le “Novelle rusticane” e riporta nel romanzo “Storia di una capinera” l’esperienze di lei nel convitto.

Le Opere

- Maria, Milano 1883;
- Correzione materna, Milano 1885;
- Cose che succedono, Bologna 1886;
- Spigolature e fantasie. Libro che potranno leggere anche le fanciulle, Firenze 1888;
- Meteore, Bologna 1891;
- Tombolino ed altri racconti, Milano 1895;
- Memorie di collegio. Libro per le giovinette, Firenze 1898;
- Lotte e vittorie. Novelle, Rocca S. Casciano 1900 (poi Milano 1910);
- Iolanda. Racconto, Milano 1908;
- In Toscana e in Sicilia. Novelle campagnuole, Catania 1914 (rist. ibid. 1993 [ma 1992]).


Ritratto a penna di Giselda Fojanesi del pittore Antonino Gandolfo (1841 1910) di Catania

Una donna amata e odiata, apprezzata e denigrata da due dei più grandi letterati di fine ottocento come Mario Rapisardi e Giovanni Verga, fonte della loro ispirazione nel bene o nel male.













La tresca subita da Mario Rapisardi

La signora Fojanesi, madre di Giselda Fojanesi, favoriva la simpatia del poeta Mario Rapisardi per la figlia, riuscendo a ottenere per lei un incarico all'Educandato "Margherita" di Catania. Dove l'atteggiamento dei due giovani innamorati, portò al licenziamento di Giselda Fojanesi.

Il 12 febbraio del 1872, dopo una lunga serie di ostacoli e contro la volontà della madre del poeta, si sposarono a Messina. Un’unione che il poeta subì come un martirio, costretto per 12 anni a comportamenti estranei alla sua educazione, ma fu anche una liberazione interrompendo una relazione soggetta a continue derisioni, canzonature e pietà.

Non c’è modo di sapere se Giselda amò mai Rapisardi. Dai carteggi risulta chiaro si trattasse di un’unione motivata da Casa Fojanesi nel trovar partito per Giselda, ragazza che dopo il matrimonio, doveva mostrare tutte le sue qualità di donna senza scrupoli, smaliziata, evanescente.

Prima del matrimonio, a curare i rapporti epistolari e fissare appuntamenti con il Rapisardi fu sempre la madre di Giselda: «Voi siete uno di quegli esseri che appartengono all'umanità tutta quanta; pensate alla vostra Giselda che vi adora... prova una gioia sovrumana nel sentirsi, nel sapersi amata da voi». Solo una delle tante letterine e biglietti pieni di effusioni, come fosse lei a dover convivere con il poeta.

Il 19 dicembre 1883 il poeta scopre una lettera d’amore del Verga indirizzata a Giselda e la caccia di casa. A causa dell'improvviso allontanamento, Giselda scrive al poeta lettere esangui, scritte con ingratitudine e frivolezza, piuttosto che sotto il rimorso della tresca scoperta.

Appena dopo quattro giorni della scoperta del tradimento, il 24 dicembre dell'83, scrisse al marito di continuare a inviare alla mamma la solita rata di 22 lire e 50 e di usarle la generosità di tacere il vero motivo del suo allontanamento da casa per ragioni di lavoro; infine di non far strapazzare la sua cagnetta Lillina: prova sconcertante di vacuità e leggerezza, che mal spiega come avesse potuto convivere per tanti anni con un uomo che aveva "dritto l'animo, ardente il cor, le rime pronte".

Pretendere generosità dal poeta, era assurdo e inopportuno, scriveva il poeta a Lida Cerracchini, letterata e amica del Rapisardi e della Giselda: «Ella sappia, dunque, mia egregia amica, che cotesta signora mi ingannava e mi tradiva da parecchi anni. N'ebbi sentore e sospetti ben fondati e quasi certezza molto tempo fa; fui per ucciderla; ma ella sfuggì alla mia collera e riparò in casa di miei cugini che me la riportarono il giorno dopo. Pianse, mi si gettò alle ginocchia, mi supplicò di tenerla in casa mia.... Ed io, un po' per considerazione della madre di lei, allora infermissima, e della misera condizione della sua famiglia, e per non dare ad essa la spinta di precipitarsi nell'abisso, e perché, valga il vero, mi lusingai che la cosa fosse ancor tale da potervi rimediare senza mio disonore, io la perdonai e la ritenni in casa e l'amai, ne ho quasi vergogna, con la stessa passione di prima».

La città intera di Catania amava Rapisardi, il poeta che usciva col parapioggia e portava un fiero cappello e una cravatta a fiocco e non poteva amare Giovanni Verga, che vestiva come un qualsiasi galantuomo, non era distratto, non faceva stramberie e parlava poco. Lo zar di Russia veniva a sentire le lezioni di Rapisardi; Garibaldi gli scriveva: “All'avanguardia del progresso, noi vi seguiremo”, e Victor Hugo, disse “Voi siete un precursore”, parole incise sotto il busto del poeta.

Il popolo catanese, quando seppe del tradimento della moglie con Verga, organizzò per solidarietà una festosa fiaccolata sotto la casa del poeta tradito, una prova strabiliante di affetto per un popolo che solitamente disprezza e dileggia i cornuti.
La tresca con la moglie di un amico, azione stimabile in una città di miti erotici, non aumentò la stima dei concittadini verso Giovanni Verga, diventò invece motivo di accresciuta avversione.

Giorni lieti e d’amore in piacevole compagnia di Giovanni Verga

Il 26 aprile 1869, Giovanni Carmelo Verga con gli amici Elia, Barbera e Orsini, parte per Firenze e prende alloggio in via dell’Alloro dove soggiornerà fino al settembre. Per mezzo del Rapisardi, poeta illustre di Catania, conosce il Dall’Ongaro, che prende a benvolergli e lo introduce negli ambienti letterari fiorentini e soprattutto i salotti di Ludmilla Assing e delle signore Swanzberg, madre e figlia, entrambe pittrici tedesche. In casa Dall’Ongaro conosce Giselda Fojanesi, 18 anni, che aveva da poco ottenuto il diploma di maestra elementare superiore e aveva ottenuto una proposta di insegnamento da Livia Màgheri, direttrice del Convitto nazionale di Catania. Con i buoni servigi del Rapisardi la cosa andò a buon fine e i primi di settembre partirono per Catania insieme alla madre di lei.

Il Cattaneo, nella sua biografia, descrive quei giorni:   

[...] Il viaggio si svolse normalmente; arrivati a Napoli il Verga e le Fojanesi vi si fermarono un giorno, «visitarono il Museo e la sera assistettero a uno spettacolo di prosa». Si divertirono molto quando, scesi a un albergo in Piazza Medina, il direttore, mostrando due stanze, «una a un letto, l’altra matrimoniale, disse: Questa è per i signori sposi —». Durante il viaggio per mare le Fojanesi soffrirono molto. Un cameriere avvertì il Verga che le signore stavano male e lui si precipitò al soccorso in maniche di camicia scusandosi poi ampiamente della propria trascuratezza. Per questo episodio che divertì Giselda, il Rapisardi geloso e moralista ostentò sempre fastidio e indignazione. A Messina dove li attendeva Mario, il fratello di Giovanni, si fermarono per passarvi la notte. Ripartiti per Catania, si incontrarono alla stazione con le sorelle del Verga, Rosa e Teresa, e il fratello Pietro. Il giorno dopo il Verga, insieme al Rapisardi, andava a trovare le Fojanesi all’albergo. Il Rapisardi «era magrissimo, macilento, con l’aria sofferente» e non piacque molto a Giselda che lo trovò piuttosto ridicolo, nonostante le molte parole spese dal Verga in suo favore. Il Rapisardi apparteneva a quella che Gadda definisce «la stirpe dei poeti-profeti e degli scrittori capelluti». Ammirevolmente zazzeruto, con un «copricapo d’inconsueta foggia, ma adattata a veggenza», fornito di baffi malinconicamente spioventi, con un cravattone nero a farfalla e un ombrello in pieno sole, con un abito che cercava di rimediare al fisico sparuto e alle spalle troppo strette a forza di generose imbottiture, il Rapisardi si studiava di rendersi attraente elevando la naturale melensaggine della sua espressione a trasognamento poetico. La presenza del Verga, alto, elegante, vestito con proprietà e scevro da atteggiamenti profetici, doveva metterne in risalto l’aspetto caricaturale da vate ottocentesco. Autore della Palingenesi che il Verga aveva lodato in un articolo piuttosto retorico sulla Scena di Venezia, il Rapisardi era stato gratificato dal Comune di Catania di medaglia d’oro [...]
... Catania avrebbe in seguito innalzato un monumento al Rapisardi senza attenderne il lamentevole trapasso, polemica testimonianza contro i detrattori continentali del vate. Quando incontrò Giselda, il Rapisardi, insignito di medaglia d’oro dal Comune, era quindi il poeta ufficiale di Catania. [...]
Il Verga presentò Giselda alla madre e nell’ottobre, dato che le allieve del Convitto Provinciale non erano ancora tornate dalle vacanze, la ragazza fu invitata nella villetta dei Verga a Sant’Agata li Battiati. Per Giselda furono giorni lieti, passati in piacevole compagnia, con passeggiate frequenti per la splendida campagna intorno all’Etna. In una di queste gite videro il Rapisardi affacciato al balcone della sua villetta a San Giovanni La Punta. Il « vate », alle sue grazie naturali e al suo armamentario eccentrico, aveva aggiunto una benda nera a un occhio per un leggero malanno. Altra apparizione ridicola che divertì notevolmente Giselda.
Il Verga in quei giorni rivedeva la Storia di una capinera e pregò la ragazza che stava per entrare nel Convitto di scrivergli le sue impressioni di reclusa. Nel frattempo il Dall’Ongaro prometteva da Firenze che avrebbe continuato a interessarsi per la pubblicazione del libro. Ecco una sua lettera brevissima del 25 novembre: « Mio caro Verga, pochi versi, perchè sono affollato da mille faccende. Metterò in ordine i fogli della Capinera, e procurerò di farli pubblicare con qualche vantaggio a Milano, quando potrò andare di persona, fra due settimane ». Giselda insegnava al collegio italiano e religione; i Verga andavano a trovarla in parlatorio la domenica e da solo vi capitava anche il Rapisardi ostentando irrefrenabile passione spesso in versi come un eroe del melodramma. Queste manifestazioni scomposte poetico-amorose non erano naturalmente intonate all’atmosfera del Convitto e Giselda fu costretta a pregarlo di astenersi dalle visite. Di qui nuove smanie del vate, ribelle a tutte le convenzioni sociali, soprattutto a quelle che trovava personalmente scomode. La signora Verga invitò un giorno Giselda a casa sua e il Rapisardi, morente come al solito d’amore, tuonò con una lettera scritta «al tocco»: «A me non è concesso nè di scriverti nè di vederti, o Giselda, mentre ad altri è dato di averti in casa e di parlare un’intera giornata al tuo fianco. A me la solitudine e le ambasce e il dolore, ad altri la pace, l’indifferenza e la felicità; a me le spine amarissime del sospetto e i triboli avvelenati della gelosia, ad altri la tua compagnia la tua parola i tuoi sorrisi! O Giselda, Giselda! Tu hai passato una giornata in casa Verga, ed hai fatto il più grande oltraggio all’amor mio, la più grande offesa alla mia dignità. Tu non m’hai fatto neppure un cenno nella tua lettera, ed hai fatto un torto alla tua consueta sincerità. O non mi conosci, o non mi ami. Quel giorno, che io mi convincerò di essere ingannato, sarà l’ul timo giorno del nostro amore. Addio».
Giselda, che dopo le prime impressioni poco favorevoli, era rimasta colpita da buona diciottenne dai deliri amorosi del Rapisardi e dalle risorse quantitative della sua vena poetica, fu costretta per non portare all’esasperazione le sue furie gelose a pregare i Verga di rinunciare alle visite domenicali rompendo così una buona amicizia. Il Rapisardi intanto, se non poteva vedere Giselda in parlatorio, passeggiava continuamente sotto le finestre del Collegio, lanciava gelsomini, tentava di corrompere «persone di servizio addette al convitto perchè recapitassero le sue lettere». Commosso da questo grande amore, il Dall’Ongaro insieme ad Erminia Fuà Fusinato si adoprò presso il ministro della Pubblica Istruzione, Correnti, per fare ottenere al Rapisardi l’incarico di letteratura italiana all’Università di Catania. In questo modo il vate avrebbe potuto mantenere decorosamente una moglie. Il 15 dicembre del ’70 il Rapisardi riceveva la comunicazione dell’incarico e ringraziava, oltre al ministro, il Dall’Ongaro lamentando tuttavia di non poter accordarsi «di far delle conferenze coi giovani » ma di dover dare tre lezioni per settimana, dettate dal sommo della cattedra con quell’unzione e quel sussiego prescritto dalla legge e dalla tradizione». Dopo un tentativo, borghesemente fallito, di evitare il matrimonio, inadatto ai suoi atteggiamenti luciferici, proponendo a Giselda di praticare con lui il libero amore, il Rapisardi sposava la Fojanesi il 12 febbraio del ’72. L’amore per Giselda non aveva impedito altre frementi passioni all’autore della Palingenesi che doveva considerare doveroso per «un grande poeta», come lui stesso si definiva, mantenersi in uno stato di ebollizione continua per ogni donna che gli capitasse di incontrare. Lo dimostra, fra l’altro, una lettera del ’71 a una certa Santina nella quale il Rapisardi affermava di non voler « rinunziare alla divina dolcezza del nostro amore ». Che cosa attendesse Giselda, futura segregata in casa Rapisardi, fra un marito stoltamente tirannico, una suocera lugubre e ostilissima e una cognata lagnosa e malevola, fu subito abbastanza chiaro. Lo dimostra sufficientemente questa pagina pittoresca con la quale Maria Borgese descrive la prima sera di Giselda nella sua nuova casa.
«Il pranzo di nozze fu triste, mal servito sulla tavola apparecchiata senza cura, nella stanza di passaggio, dove da una parte era abballinato il piccolo letto per la suocera.
Quella sera erano stati invitati anche il fratello della madre, Vincenzo Patti, sarto, che Mario aveva soprannominato Giaretta e un ragazzo figlio di lui che più tardi, per imitare il cugino, si lasciò crescere la zazzera e portava la cravatta nera svolazzante. Padre e figlio mangiarono col cappello in capo, mentre il cognato Barbagallo aveva messo un fez rosso da bersagliere e Mario un berrettone di lana.
Giselda e sua madre si davano delle occhiate furtive, mentre si confermava in esse il concetto della Sicilia vista a quei tempi dai Toscani come qualcosa di paradossale, di misterioso, di primitivo. La suocera, seduta a tavola di traverso, sua posizione abituale, non toccò cibo. Fu servita la minestra, poi la carne, e dopo il pesce. Quando arrivò in tavola la cassata, la suocera esclamò a voce alta, come se continuasse un suo pensiero: — Di lupi arruzzuloni. — E spiegò meglio che potè alle due toscane il significato del proverbio: Mala sorte ai matrimoni fatti di lunedì. A Giselda spuntarono le lacrime: la signora Teresa e Mario cercarono di togliere la cattiva impressione di quella frase con motti di spirito, ma tutti gli altri restarono muti col volto chino sui piatto.
Anche il passare quella prima notte di matrimonio tra le due madri — la Teresa dormì nello studio di Mario e la Maria nella stanza accanto a quella degli sposi, proprio a muro a muro con loro, e ogni tanto la si sentiva gemere e singhiozzare — fu cosa che mise di pessimo umore la Giselda: di più, prima che gli sposi si chiudessero in camera, la suocera pretese di entrare con loro per aiutare suo figlio a spogliarsi e a mettergli in testa un fazzoletto di cotone giallo a grosse pallottole marroni per tenergli a posto i capelli. Giselda garbatamente le fece intendere che avrebbe potuto benissimo far lei, e allora la suocera si mise a piangere dietro l’uscio ».

La povera Giselda subì per 12 anni le vessazioni non solo del marito, ma anche della suocera, una donna chiusa e introversa e soprattutto carica di una malignità popolana, tanto da venir soprannominata dallo stesso figlio: Carricafocu. Fin dal primo momento il matrimonio non era stato particolarmente brillante: fu subito costretta a vestirsi a lutto per la morte del suocero mai conosciuto avvenuta un anno e mezzo prima.

Nel 1880, dopo 10 anni, Giovanni Verga incontra di nuovo Giselda Fojanesi allacciando la segreta relazione amorosa durata a intermittenze per oltre tre anni.

A novembre del 1883 Verga torna a Catania e riallaccia la relazione con Giselda Fojanesi ormai delusa dal Rapisardi, tanto che alla fine dell’anno subisce una svolta improvvisa: il 19 dicembre Mario Rapisardi scopre casualmente una lettera compromettente del Verga indirizzata a Giselda e caccia la moglie con subitanea e violenta reazione.    
Giselda non fa una piega: in due ore (mai donna fu così pronta e rapida nel raccogliere le sue cose) preparò il bagaglio e se ne andò ... finalmente libera da un incubo.

Dalla biografia di Giulio Cattaneo:

Proprio in questo periodo esplodeva violentemente il dramma coniugale in casa Rapisardi. Il Verga, dall’inizio dell’estate, salvo brevi soggiorni a Roma e a Torino, era sempre stato a Catania e nonostante le molte difficoltà era riuscito a incontrarsi più volte con Giselda. La mattina del 19 dicembre Rapisardi era in preda a una delle sue leggendarie emicranie e girava continuamente per le stanze con manifestazioni vistose di dolore. Il vate soffriva di tanto in tanto di questi attacchi e la casa si parava immediatamente a lutto. Nessuno faceva più nulla, la madre e la sorella non si lavavano nè pettinavano e attendevano scarmigliate e discinte la fine del malanno. Colpevole al solito era Giselda che si lavava come gli altri giorni secondo una abitudine criticata anche in momenti normali dalla suocera «che si vantava di non aver mai fatto un bagno». Quella mattina una donna che lavorava a mezzo servizio in casa Rapisardi arrivò con un pacco di giornali che Giselda aveva prestato, come in varie altre occasioni, alla signora Maria Aradas Bruno, direttrice di una scuola privata. Qualche volta nel fascio di giornali restituiti a Giselda era inserita una lettera del Verga. Nonostante ogni difficoltà non mancava quindi una certa organizzazione. Rapisardi nel suo girovagare intontito da una stanza all’altra si incontrò con la donna e prese il pacco alla presenza della moglie interdetta. La lettera del Verga cadde sul pavimento e il vate la raccolse, la aprì e la lesse allibendo:

Alla signora G. — per gentile favore venerdì, 14

Ebbi la tua cara letterina ieri, e non ti risposi subito per non mettere quella brutta data.
Ma vedi che subito dopo, oggi, il mio primo pensiero alzandomi è per te; e che le tue parole mi stanno qui nel cuore, e ho letto e riletto molte volte la tua lettera.
Cara, cara, cara, tu sei la donna come l’avrei sognata io, l’amica, la sorella, l’amante, tutto. [Non la moglie, comunque].
Quante cose mi hai fatto tornare dinanzi agli occhi! vive, palpitanti! Come vorrei almeno vederti ad ogni modo.
Andrò dalla P[iazzoli] e se mi parrà di dar troppo nell’occhio incontrandoti in casa sua, almeno ti vedrò in istrada.
Io vorrei scriverti almeno ogni settimana.
Ma temo di rendermi indiscreto con la cortese che ci aiuta.
Dunque il piccolo sugello t’è piaciuto? Ne son contento.
Ma non temere di rovinarmi coi tuoi modesti desiderii, amor mio.
E fammeli sapere tutti francamente, che sinchè posso sai che il mio piacere più grande è quello di fare qualcosa pensando a te.
Passerò da te prima di partire, almeno ti vedrò da lontano.
E quest’estate cosa farai?
Io, come sai, andrò in gennaio T[orino] e torno a dirtelo, in questa battaglia a cui mi accingo ora quasi calmo e indifferente come uno spettatore vorrei averti giudice e compagna.
Sarà quel che sarà, ma non certo sarà una cosa solita.
Tu vuoi darmi retta?
Scrivimi degli altri bozzetti toscani, ciò che vi ha di più toscano, tu che hai questa benedizione in te, scrivimi degli altri raccontini come quel gioiello, che sai, e mandali al Fanfulla della Domenica, senza domandar permesso, se puoi.
E ti garentisco che saranno accolti a braccia aperte, e gustati, e ti metteranno sul piedistallo, e gli editori verranno a cercarti loro.
Ma lavora, lavora assiduamente, non ti lasciare vincere dallo scoramento, che, se non altro, il lavoro è un gran svago e un gran conforto.
Ah! se potessi esserti vicino, o passare almeno sotto la tua finestra, e domandarti: Che fai?
Col Som[maruga] poi non credo che la cosa sarebbe assolutamente impossibile se la proposta avrebbe l’aria di venirti da lui pel volume.
Così lasciai disposta la cosa colla Ser[ao].
Che farà quanto mi promise non giurerei, perchè torno a dirti che mi sembra la quintessenza delle donne, letterata e napoletana.
Io non ti dissimulai nulla di tutto ciò che aveva potuto far nascere in me questa convinzione, e torno a dirterlo, tanto più che ti vedo impensierita forse oltre il dovere delle mie parole.
Non è cattiva, ma è in un pessimo ambiente, quello del F[racassa] e del Som[maruga] coi Lodi ed altri intorno che la guastano.
Quando le dissi dell’impressione penosa e disgustosa che mi aveva fatto l’articolo del F[racassa] di cui mi parlasti, e gli attacchi dello S[carfoglio] non se ne mostrò impressionata come avrebbe dovuto.
E a me, quel che secca dippiù, massime ora che ci ho un volume dal Som[maruga] è che l’altro sospetterà forse che nelle critiche passate e future e negli attacchi della C[ronaca] B[izantina]e del F[racassa], io ci sia per qualche cosa!
Ti dirò tutto quello che è stato fra la S[erao] e me senza omettere una parola per tranquillarti.
Essa mi fece per la prima volta delle allusioni abbastanza chiare a te e a quel che aveva subodorato fra noi due, una sera che tutti gli altri erano innamorati matti della Duse, da Spillmann.
Ciò che mi disse non lasciava dubbio ch’ella fosse penetrata per un po’ nel nostro segreto, e credei meglio confessarle la verità per interessarla a noi, sperando anche che potesse giovarti nell’affare del tuo libro.
Ella promise e si mostrò amica.
Fu allora che te ne scrissi nel punto di lasciare Roma.
Io mi rassegnavo di buon grado alla corvée che ci imponeva a tutti noi amici la sua cameraderie pur di mostrarle come le sarei grato della simpatia che dimostrava per te.
Avrà anche avuto delle pretese muliebri cogli altri amici che le si mostravano più assidui e premurosi di me, io non ci badavo.
Ma sembra che ciò l’abbia urtata, e una volta al mio ritorno a Roma mi disse quasi bruscamente: — Voi che mi prendete davvero per un uomo? —
In parola d’onore aveva ragione e non glielo negai.
D’allora in poi ha sempre evitato che le potessi parlar di te; e l’ultima sera che la misi fra l’uscio e il muro per pregarla d’intromettersi nel senso che ti ho detto fra te e il Som[maruga] tornò a promettere come la prima volta che l’avrebbe fatto, ma finora sembra di no.
Eccoti tutta la verità.
Però ti raccomando di fingere d’ignorarla con lei, perchè potrebbe nuocerti, o almeno chiuderti l’unica porta aperta per comunicare con un editore faccendiere che potrebbe farti rendere giustizia dal pubblico; avendo paura che tanti i quali non ti arrivano alle scarpe son già in auge, e l’Ottino ha fatto appena conoscere il tuo libro!
A te nuoce l’antipatia che ispira generalmente quell’altro e i pettegolezzi che ha suscitato con le sue invidiuzze meschine e le sue ire indecorose.
Dammi retta, fai la tua strada a parte, con tatto e per non urtarlo.
Scrivi assiduamente pel Fanfulla, e quando avrai dieci o 12 articoli fanne un volume. Ti garentisco dell’esito.
Addio.
Ti bacio sul viso, sugli occhi, sulla bocca così, così, così, a lungo, prenditi qui l’anima mia, tuo... .


Per un marito, e per giunta siciliano, ce n’era abbastanza anche se, come afferma seriosamente il biografo Cappellani, in questa lettera « l’amore ha ben poco spazio, mentre la vita con le sue esigenze e con la nobiltà del lavoro occupa il resto ». Il citato biografo aggiungeva che le frasi compromettenti « non sono più che 10 righe, in tutto, di stampa, e la lettera occupa più di 65 righe » e questo calcolo probabilmente avrebbe dovuto consolare il Rapisardi. Ma il grande poeta non fu della stessa opinione e subito «ingiunse alla moglie» di andarsene, obbedito immediatamente da Giselda che cominciò a prepararsi per la partenza mentre il marito si abbandonava singhiozzando su una poltrona come il protagonista di Tristi amori alla rivelazione dell’adulterio. «Intanto la suocera strideva: — Prestu, cchiù prestu! Levati di devanti a l’occhi mei! — E come un ritornello: — Prestu, cchiù prestu! ». In due ore Giselda era pronta, «lasciando al marito anche i doni preziosi avuti da lui, fra i quali la medaglia d’oro, fatta montare a spilla, che Catania aveva decretato a Rapisardi nel 1868, dopo l’uscita della Palingenesi ». Il vate le dette «centocinquanta lire in moneta e centocinquanta in tagliandi di rendita». Da allora Giselda non ebbe altro e si ammetterà che liberarsi di una moglie, e sia pure infedele, con sole trecento lire anche in pieno Ottocento costituiva indubbiamente un buon affare.
«Allorchè fu per varcare la soglia Mario per ben tre volte la riafferrò per il braccio cercando, come fuori di sè, di trattenerla: e per tre volte la donna si vinse e riuscì a svincolarsi». Altra scena da commedia di Giacosa: questa volta I diritti dell’anima, con dieci anni di anticipo. «La suocera diceva frattanto al figlio — Lassala iri, ’ntra otto jorna sarà ’antra vota a tuppuliari arreri a porta » — che tradotto in italiano significa: « Lasciala andare, fra otto giorni sarà di nuovo a battere dietro la porta». Il titano era in preda a una vera crisi: piangeva e scalciava.
«Diluviava: Giselda prese uno degli ombrelli in anticamera. La suocera glielo strappò di mano urlando:
«Tutti cosi ti carrii! (Ogni cosa ti porti via!)
« La tradizionale inimicizia fra suocera e nuora era in questo caso un duello all’ultimo sangue. Un duello con l’ombrello.
« Mario si scosse: barcollante si avvicinò alla madre e levatoglielo di mano lo porse alla moglie, che senza voltarsi se ne andò ».
Con una carrozza Giselda si recò immediatamente a casa Verga, «fece chiamare Giovanni e lo attese nell’atrio». Lo informò rapidamente dell’accaduto e manifestò il proposito di partire subito per Firenze. Il Verga approvò la decisione, aggiunse che non poteva accompagnarla perchè doveva restare «a disposizione di lui» e promise di raggiungerla al più presto. Attesa inutile perchè il Rapisardi non lo sfidò a duello come a quei tempi era quasi obbligatorio, figuriamoci poi in Sicilia. I duelli per motivi anche futili erano frequentissimi e se ne accorse, fra i tanti, il Sommaruga che in un solo giorno ricevette tre cartelli di sfida per un articolo, non suo, apparso sulla Cronaca bizantina sulle donne di Messina «sguaiate, chiesolastre, ineleganti», che amavano «i fiori, la musica, gli uccelli, la commedia e le quaglie coi piselli, ma più di tutto le quaglie ». Il Sommaruga se la cavò rimanendo ferito al primo scontro e così fu vendicato l’onore delle «Madonne Peloritane». Ma il Rapisardi si guardò bene dall’imitare quei gentiluomini di Messina anche se le sue ragioni avrebbero avuto maggiore consistenza.
Il Verga rimase a Catania qualche giorno e raggiunse poi Giselda a Firenze. Non potè fermarvisi molto perchè lo attendeva a Torino, il 14 gennaio dell’84, la prima di Cavalleria.

Nel 1889 il Verga incontra la contessa Dina Castellazzi di Sordevolo, nel pieno della sua bellezza, che sarebbe rimasta vedova nel ’93, cui rimarrà legato per il resto della vita.

Nella notte tra il 24 ed il 25 gennaio del 1922, Verga viene colpito da trombosi cerebrale e muore il 27 gennaio. Viene sepolto nel viale degli uomini illustri nel cimitero di Catania sotto una semplicissima lastra, su cui De Roberto deporrà le violette di Giselda Fojanesi e i fiori della moglie Dina.

Fra Benedetto Tiezzi da Fojano <Torna al menù>
Fra BENEDETTO TIEZZI da Fojano

Pozzo della Chiana - Fontelunga (AR) - 12 Settembre 1998

(In occasione della posa di una lapide commemorativa nella casa natale)

Possiamo affermare che la famiglia Tiezzi di Fontelunga, frazione del Pozzo della Chiana - Comune di Foiano della Chiana - sia originaria di questo luogo da tempo immemore ed il componente che l’ha resa storicamente celebre è di sicuro colui passato alla storia come Fra Benedetto da Foiano.
L’esatto nome di battesimo non lo conosciamo, così come l’esatta data di nascita; comunque con buona approssimazione possiamo dire che nacque nel 1480 e che fu battezzato nell’antica Pieve di S. Martino di Foiano (situata nel luogo dove attualmente è il Campo Santo) nella quale si trovava il fonte battesimale della Comunità di Foiano.
All’epoca la località che si chiamava Villa del Pozzo, era divisa fra le Chiese di S. Martino, S. Angelo e S. Cecilia e come risulta da documenti giacenti presso l’Archivio Storico di Foiano la famiglia “Tietii” come la troviamo indicata, faceva parte di quest’ultima Chiesa. Nella seconda metà del ‘500 troviamo vari componenti di questa famiglia nel Consiglio della Fraternita di S. Maria, quali rappresentanti del Terziere di S. Cecilia. Nel 1556 troviamo Cristofano di Quintino; nel 1563 e 1565 troviamo Matteo di Giovanni e nel 1566 troviamo Benedetto di Matteo Tietii, ecc.
Il nome di Fra Benedetto Tiezzi è stato tramandato dallo storico fiorentino Benedetto Varchi (1503-1565) nelle Istorie Fiorentine, successivamente da Francesco Domenico Guerrazzi (1804-1873) nell’Assedio di Firenze, da Luigi Neretti nella biografia del frate stampata nel 1894. e successivamente da Silvio Marcelli nella Villa del Pozzo, 1950.

Fontelunga, località dove nacque Fra Benedetto, era circondata da vigneti ed oliveti, campi coltivati a cereali, leguminose, frutta, prodotti che erano la ricchezza dei lavoratori del tempo, oltre all’allevamento di animali da pascolo e da cortile. Ai piedi della collina di Fontelunga verso Levante, l’attuale ubertosa pianura era un lago paludoso (le chiane con il lago di Brolio), ricco di canneti, erbe palustri, pesci e uccelli acquatici. Tutto questo unito all’aria libera, al cibo povero ma sano, all’attività costante, alla serenità di spirito, con il corpo e l’anima temprati dalla gioia libera e serena, ma anche da tutte le avversità morali e materiali, era l’ambiente bucolico nel quale crebbe il giovane “Benedetto”, esuberante di vita, forte, robusto, intelligente. I genitori l’avviarono ad imparare l’arte dell’agricoltura, ma contemporaneamente vollero una sua educazione cristiana e civile, inviandolo a meno di 1 miglio di distanza dalla loro casa sulla collina di Nasciano, dove si trovava la Badia di S. Quirico alle Rose (attuale villa Merelli, ex Redditi), fondata da monaci Camaldolesi nel 1086, ritrovo sicuro per i primi rudimenti cristiani, datigli dai monaci seguaci di S. Benedetto, Santo al quale si pensa si sia ispirato nel momento in cui abbracciò la vita monastica nell’Ordine di S. Domenico o dei Padri Predicatori. Questi frati erano dotti intelligenti, comunicativi, battaglieri e dominatori delle masse popolari e che a tali attività accoppiavano una vita edificante ed onesta.
La cultura e l’insegnamento alla fine del ‘400 era monopolio degli ecclesiastici, ragione per la quale si può affermare che i primi elementi del sapere, Benedetto li abbia appresi frequentando i monaci di S. Quirico alle Rose, dai quali fu sicuramente ispirato e chiamato da Dio alla vita sacerdotale, ma non certo a quella contemplativa e ascetica, bensì a quella attiva.
Ancora giovanetto passò al Convento di S. Tommaso d’Aquino a Foiano, dove già da anni esisteva una scuola di Teologia e di Retorica tenuta dai Padri Domenicani e nel quale rimase a studiare fino al 1501. Presso questi Padri seguì con passione giovanile i sermoni, le confutazioni contro gli eretici, le persuasive disquisizioni dogmatiche imparò a sentire il bisogno di evangelizzare, predicare la parola di Dio ai popoli, insegnare il Santo Vangelo con convincenti asserzioni in fatto di fede sulle verità insegnate da Gesù Cristo.

Da alcuni appunti inediti di Silvio Marcelli, a seguito di ricerche da lui fatte nell’Archivio generale della casa generalizia dei Padri Domenicani, risultano dati e notizie riguardanti il “Rev. Padre Maestro Benedetto Tiezzi da Foiano” e che cercheremo di riportare il più fedelmente possibile.

Gli storici narrano che nel 1501 dal convento di Foiano, Benedetto si trasferì come studente per un certo periodo al convento di Perugia e successivamente a quello d’Arezzo, dove a 22 anni divenne sacerdote con annotazione “CASO ECCEZIONALE”.
Il Neretti, 1894, così definì Fra Benedetto: Ordinato sacerdote, presto si segnalò per la sua acutezza specie negli studi Teologici, siffattamente che, per quanto giovane, fu innalzato al grado di Priore Maestro e, come predicatore stringente e persuasivo corse sua fama per Toscana tutta.
Nel 1505 venne chiamato a Firenze nel convento di S. Maria Novella quale Maestro degli Studi, nel 1506 diviene Biblico ed insegnante di Teologia, nel 1507 Baccelliere (Accademico). L’11 Giugno 1508 troviamo Fra Benedetto, quale maestro di Teologia presente al Capitolo Generale dell’Ordine tenutosi in Roma. Il 25 Febbraio 1509 sempre nel convento di Santa Maria Novella gli viene assegnata la sua cella personale.
A Firenze Fra Benedetto da Foiano, fu Maestro di Sacra Teologia, come oratore fu convincente e dotto e fu paragonato a Fra Gerolamo Savonarola, che sicuramente non conobbe mai, ma che dai suoi confratelli di Foiano, Perugia, Arezzo e Firenze, imparò ad amare ed ammirare quel dotto ed integerrimo confratello sacrificato all’odio di parte, divenendone il naturale seguace. Il giovane fraticello Benedetto dal temperamento vivace, amante della verità e della giustizia, doveva fremere ai racconti dell’iniquo processo imbastito contro Fra Gerolamo e i suoi confratelli Fra Silvestro e Fra Domenico. “Dal rogo del Savonarola raccolse e custodì nel petto magnanimo la cristiana fiamma della fede nella libertà”, così fu scritto nella lapide marmorea posta sulla facciata del Comune di Foiano a ricordo di Fra Benedetto.
Nel 1512 lo troviamo a Lisbona in Portogallo, al seguito del Rev. Messer Antonio di Alessandro Pucci. Questi era Nunzio Apostolico (Ambasciatore) in Portogallo e chiamò a suo compagno e consigliere Fra Benedetto. Ciò significa che questo frate aveva anche una buona preparazione diplomatica. Queste poche e scarne notizie ci dimostrano che Fra Benedetto Tiezzi, non era un semplice fraticello, ma un dotto nel più ampio senso della parola e per questo in seguito verrà invidiato, calunniato, spiato in ogni suo atto o parola, per incriminarlo avvilirlo e punirlo.
Nel 1513, al suo ritorno dal Portogallo fu eletto Priore del convento di S. Maria Novella. Benché avesse soltanto 33 anni non ebbe nessun timore nell’assumere tale responsabilità, amministrando con la massima rettitudine e giustizia quella comunità religiosa.
Nel 1517 tali suoi meriti gli accattivarono la stima di tutti i suoi superiori, compreso lo stesso Padre Generale dell’Ordine, il quale lo volle seco a Siena, nella visita di quell’importante convento e nel 1518 fu inviato a Roma per conto del Capitolo di quella Provincia.


Fra Benedetto Tiezzi morente in Castel Sant’Angelo - Autore ignoto -

Fra Benedetto, novello Savonarola, in Firenze non era ben visto dalla famiglia Medici che nuovamente reggeva gli affari della città e del contado fiorentino, né da Giuliano morto nel 1516, né da Lorenzo di Pietro morto nel 1519 e né dal Cardinale Giulio che diverrà Papa nel 1523 con il nome di Clemente VII (1523-1534)
Il primo Giugno 1520 giunse a Firenze da Roma, il Padre Generale dell’Ordine dei Predicatori, il maestro Garcia di Loaisa (Spagna), il quale accusò Fra Benedetto da Foiano di appropriazione indebita, accusa che non fu mai dimostrata, ma nonostante questo il frate venne trasferito a Venezia e Udine, sembra dietro suggerimento dello stesso Cardinale Giulio de’ Medici.
Nel 1527, anno in cui la famiglia Medici venne di nuovo cacciata da Firenze, il Consiglio dei Dieci richiamò Fra Benedetto nel convento di Santa Maria Novella, dove riprese la sua predicazione “che aveva meraviglioso concorso” come affermato dallo storico Benedetto Varchi.
Sempre nel 1527 l’Imperatore Carlo V, in guerra con il Papa Clemente VII, effettuò il “Sacco di Roma”, portando il Pontefice a più miti consigli.
Nel 1529 con il Trattato di Barcellona, il Pontefice s’impegnò ad incoronare lo stesso Carlo V Imperatore, purché riportasse a Firenze la famiglia Medici. A tal fine da Roma partì un esercito imperiale al comando del principe d’Orange, che dopo esser attraversato e saccheggiato la Val di Chiana giunse a Firenze assediandola e facendola cadere il 12 Agosto 1530.
Durante l’assedio di Firenze “gli ingegni più eletti vegliano e operano per salvare la città, Michelangelo che ha lasciato Roma è intento col Sangallo alle fortificazioni, il Biringoccio presiede alla fusione delle artiglierie, mentre l’Ammannato, il Vasari, il Nardi, il Varchi, il Segni, il Nerli con tutti i popolani ingrossano le file delle milizie e il dolce autore della Madonna del Sacco, Andrea Del Sarto, dipinge ad eterno disonore i disertori”, come scritto dal Neretti.
Fra Benedetto da Foiano durante tutto il tempo dell’assedio della città, con le sue prediche tenne viva la fiamma delle libertà civiche, incoraggiò i deboli incitando i fiorentini alla concordia. Lo storico Benedetto Varchi così descrive il frate in quei giorni “egli era onesto e forte nell’onestà e non si abbassò mai ad ingiurie contro i nemici. Egli era troppo dotto e molto considerato per non discernere il limite della sua operosità”.
Poche e frammentarie sono le notizie di quanto Fra Benedetto fece, scrisse e disse durante tutto l’assedio, però è facile intuire come si sia prodigato nell’aiutare moralmente il popolo fiorentino, perché non rinunciasse a quel dono prezioso che Dio concede agli uomini, la Libertà.
Il frate, conosciutissimo quale valente e persuasivo oratore, fu chiamato espressamente dal Gonfaloniere Carducci a tenere prediche nelle Chiese, perché il popolo aveva bisogno di sostegno morale, di conforto d’unione e d’incitamento a resistere a quel terribile assedio, sopportando tutti i sacrifici. Benedetto era stato chiamato per questo, non per fare della politica, o per alimentare l’odio.
Il 26 Gennaio 1530 venne consegnato lo stendardo della Repubblica fiorentina al perugino Malatesta Baglioni, nominato Capitano generale della città, che si rivelerà un traditore e consegnerà la città ai nemici il 12 Agosto dello stesso anno.
Il 18 Agosto 1530, i militi di Malatesta Baglioni arrestarono Fra Benedetto e lo portarono alla sua presenza nel Palazzo Bini. Il Baglioni preparò di proprio pugno l’atto d’accusa di “offese alla dignità pontificia”, scelse i testimoni e l’inviò a Roma assieme al prigioniero.
Il Papa Clemente VII dopo aver letto l’atto d’accusa, aver ascoltato i testimoni, decise di punire il frate inviandolo in Castel S. Angelo. Sicuramente Benedetto si sarà difeso, ma nulla poté di fronte ai bugiardi testimoni e a quanto scritto dal Baglioni, che usando la stessa perfidia con cui aveva tradito la città di Firenze, volle fortemente la rovina del frate, in cambio della benevolenza del Papa e il dominio di Perugia, sua città, assicuratogli dallo stesso pontefice.
Quale governatore di Castel S. Angelo era preposto il Vescovo di Civita, Guido, anche lui della famiglia Medici, che toccato dalla disgrazia capitata a Fra Benedetto, intercesse presso il Pontefice perché lo lasciasse libero, permettendogli di scrivere le “Confutazioni delle Teorie di Lutero”, che tanto avrebbero giovato alla Chiesa e soprattutto al Pontefice.
Tale episodio trova conferma anche in quanto scritto da Benedetto Varchi: “ne gli giovò ch’egli aveva umilmente fatto sentire al Papa, lui essere uomo per dovere, quando a Sua Santità fosse piaciuto tenerlo in vita, comporre un’opera, nella quale mediante i luoghi della scrittura divina, confuterebbe manifestamente tutte le eresie Luterane”.
Purtroppo il Papa rispose che la sentenza era irrevocabile, perché il frate era reo di lesa maestà verso il Pontefice.
Dopo un anno e ventuno giorni, “fiaccato nel corpo e nello spirito, finché di stenti morì”(Neretti), l’8 Settembre 1531 giorno dedicato alla Santa Vergine, della quale il frate era molto devoto, venne compensato di tutte le sue sofferenze, salendo al cielo proprio in quel santo giorno.
Fra Benedetto da Foiano avrà sicuramente trovato in cielo quale premio alle sue virtù e rettitudine, quella giustizia che in terra gli fu negata.
Nel Convento di Santa Maria Novella in Firenze, nel Libro dei Frati defunti si legge:
“MAESTRO FRATE BENEDETTO TIEZZI DI FLORIANO, FIGLIO ADOTTIVO DEL CONVENTO, PREDICATORE MASSIMO E TEOLOGO ESIMIO, FU PRIORE DI QUESTO CONVENTO E LA SUA VITA FU SEMPRE LODEVOLE. MORI MENTRE ERA IN ROMA IL DI 8 SETTEMBRE 1531”.
Il cronista e storico Benedetto Varchi, che conobbe personalmente il frate, così lo definì:
“EGLI FU DEGNO DI MAGGIORE E MIGLIORE FORTUNA, O DI MINORE DOTTRINA ED ELOQUENZA”. Tutto questo a significare che a causa della sua vasta cultura, dell’arte oratoria, della grande umanità e del suo ascendente sul popolo, fu invidiato, perseguitato, calunniato e imprigionato, mentre se fosse stato un semplice e mite fraticello non avrebbe sofferto le invidie e le calunnie.

Mario Senesi
Gervasi Galliano <Torna al menù>
Nato a Foiano della Chiana (Arezzo); falegname. Galliano Gervasi è una di quelle emblematiche figure di militanti comunisti che coprono, con la propria vita, due cicli della storia di quel partito: quella rivoluzionaria dei primordi e quella più pragmatica della lotta politica del dopoguerra. Militante nella Gioventù socialista fin dal 1917, aderì al Partito comunista dal momento della sua fondazione, nel 1921.

Indiscusso dirigente comunista foianese, viene condannato per aver preso parte ai "fatti di Renzino" dell'aprile di quell'anno. Come è noto, a Renzino si verificò uno dei primi scontri a fuoco fra le squadre del sorgente fascismo e una variegata opposizione antifascista.

Nello scontro restarono uccisi tre dei fascisti che da giorni compivano scorribande e violenze in Valdichiana. Gervasi fu fra i 107 arrestati, tutti dalla parte antifascista, ed al processo "pilotato" subì una condanna a 22 anni di reclusione, dei quali dovette scontarne 12, dedicando gran parte del tempo trascorso in carcere allo studio ed al completamento della propria formazione politica.

Dal 1933, rientrato a Foiano, riprende la propria attività di artigiano, è costantemente vigilato dalla polizia ma continua ad agire, per quanto possibile, nella clandestinità, tant'è che già all'indomani dell'8 settembre 1943 Gervasi è attivo nelle file della Resistenza toscana, come presidente del C.L.N. di Foiano.

Dopo la Liberazione è sindaco di Foiano, collabora a "l'Unità" e a "La Nazione del popolo" e viene eletto deputato all'Assemblea Costituente. Nella prima legislatura repubblicana (1948-53) è eletto senatore e rieletto nella seconda (1953-58). Fra i fondatori della Confederazione nazionale dell'artigianato ne diventa presidente.

Come amministratore sarà ancora sindaco a Foiano e vicesindaco ad Arezzo nel 1957.

Aldo Ducci ricorda Galliano Gervasi

[...] Galliano Gervasi era un uomo che aveva molto creduto e molto sofferto. Per questo valeva molto. Quanto lo si è visto soprattutto quando avrebbe potuto vendicarsi dei suoi nemici e non lo ha fatto; quando avrebbe potuto imporre rozzamente le sue idee e ha scelto la regola della democrazia, del confronto delle opinioni e della libertà. Questo comportamento riflette la grossa esperienza di vita che Galliano ha sempre portato con sé.

Come amministratore del Comune di Arezzo lo ricordo uomo di grande buon senso, con il quale suppliva a tante conoscenze o pseudoconoscenze che spesso, sotto la veste della tecnica, nascondono l'ignoranza profonda delle cose.

In fondo Galliano vedeva molto più chiaramente dentro i problemi, e gli intrecci umani dei problemi, di quanto invece pretendevano di vedere i cosiddetti competenti. Anche nei rapporti umani portava una libertà, una spregiudicatezza, una capacità di comunicazione che scavalcava i limiti di partito, di opinione e di confessione religiosa. Galliano Gervasi vedeva davanti a sé. L'uomo stabiliva un rapporto immediato con l'uomo. Quando gli veniva chiesto qualcosa il suo problema non era minimamente di conoscere quale tessera aveva in tasca il suo interlocutore, ma soltanto se aveva ragione o aveva torto, se aveva bisogno o se fingeva di avere bisogno.

Con tutto ciò Galliano non fu affatto persona estranea alle parti. Al contrario, fu sempre un militante, fedele alle sue idee e al suo partito, mantenendo nella militanza una carica di umanità eccezionale che lo rendeva vicino a tutti, cosicché nessuno, anche avversario, lo ha mai sentito come un nemico. La sua è stata una grande lezione di vita per tutti e, devo aggiungere, una lezione di una umanità profonda che deriva anche da un'antica esperienza. Ho accennato prima all'esperienza di dolore.

Certamente tutti gli anni di galera dell'amico Galliano sono stati un'esperienza terribile come le lotte e l'esperienza successiva. Ma la sua lezione viene da tempi ancora più antichi e da questa terra di Foiano (questo l'ho appreso da Raspanti e da studi riguardanti la storia dell'Ottocento) dove la democrazia non è una scoperta recente, ma antica. A Foiano, da molti e molti anni prima delle origini di questo secolo, si è lottato per la libertà e la democrazia.

In questo piccolo centro della Valdichiana si è sviluppata non soltanto una classe operaia accanto ad una classe contadina, ma anche un ceto anch'esso colto, intelligente e democratico che ha fatto di questo paese un punto avanzato di riferimento della democrazia in Valdichiana, Galliano Gervasi era espressione di questa cultura e di questa civiltà. [...]

Aldo Ducci, Per un avvenire migliore, a cura di Luca Berti, Arezzo, PAN, 1997
Giovagnini Valentina <Torna al menù>

Cantante
Valentina Giovagnini nasce il 6 Aprile 1980 a Pozzo della Chiana, paesino immerso nella splendida Val di Chiana, in provincia di Arezzo. E' la prima di tre fratelli: sua sorella Benedetta ha 3 anni in meno, suo fratello Giacomo 4. Il padre è un noto pediatra della zona, la madre una biologa-erborista. 

Valentina dimostra assai presto delle spiccate attitudini musicali, dapprima espresse con la danza, ed in seguito con il canto (che studierà al conservatorio), lo studio del pianoforte e più tardi del flauto. 
Così comincia, appena dodicenne e inizialmente in compagnia della sorella (cantante anche lei), a partecipare ai primi concorsi di canto della sua zona, ed in seguito di altre regioni d'Italia.

Nel 1997, durante uno spettacolo al quale Valentina partecipa, il suo futuro produttore Davide Pinelli nota la sua performance e la contatta. Inizia così una lunga e fruttuosa collaborazione artistica.

Durante questi anni Valentina affina le sue doti musicali studiando ed esibendosi nei locali. 
Nel frattempo si diploma al Liceo Musicale e si iscrive all'università di Siena, presso la facoltà di Lettere indirizzo Musica e Spettacolo.

Nei sogni di Valentina prende pian piano forma l'ambizioso progetto di fondere le peculiarità della musica medievale (così fortemente radicata nella cultura popolare della sua terra), le sonorità della musica celtica (per la quale Valentina non nasconde di nutrire una grande passione) e la modernità della musica elettronica, tanto cara al suo produttore.

Davide Pinelli coinvolge il noto paroliere Vincenzo Incenzo nel progetto, che vedrà la luce il 15 marzo 2002: "Creatura Nuda", il primo album di Valentina Giovagnini, distriubito sotto etichetta Virgin, è il perfetto ed equilibrato risultato di quella fusione tra stili solo all'apparenza lontani ed incompatibili. Ci troviamo difatti di fronte ad un'opera di pregevole fattura: ricchissimi gli arrangiamenti, originalissime le sonorità che si sposano con testi eterei e senza tempo... eppure in mezzo a tanta sperimentazione non manca la melodia, che dona a tutto il lavoro un connubio completo tra i desideri dell'artista e le esigenze di un mercato discografico che va in mille direzioni ma con poche idee.

Il primo singolo dell'album, "Il passo silenzioso della neve", viene presentato al Festival di Sanremo dello stesso anno, conquistando il secondo posto nella sezione giovani. Per Valentina è un plebiscito di consensi di critica e pubblico, caratteristiche che storicamente sono difficilmente conciliabili.

Oltre alla seconda piazza, il brano, di atmosfera irlandese e impreziosito dalla consistente presenza di cornamuse, conquista il premio quale miglior arrangiamento del Festival e di lì a poco diventerà uno dei singoli più trasmessi dalle radio nella prima metà del 2002.

Il secondo estratto, "Senza origine", pezzo evocativo di danze medievali, porta Valentina a partecipare al Festivalbar 2002 , e a partire per la sua prima tournée in giro per l'Italia, caratterizzata dall'uso di inconsueti strumenti musicali da parte dei musicisti che l'accompagnano (tra cui i membri della band Ogam, specializzata in musica etnica): cornamuse, flauti, arpe, ghironde, utilizzati per ricreare dal vivo le atmosfere del disco.

Arrivano nei mesi a venire prestigiose nominations dagli Italian Music Awards e dal Premio Titano - Festival di San Marino, rispettivamente nelle categorie "Miglior artista emergente" e "Miglior artista femminile dell'anno".

Creatura nuda", terzo singolo dell'album, viene scelto come colonna sonora per una puntata ambientata in Italia della popolarissima soap-opera americana Beautiful.

Alla fine del 2002 Valentina torna in studio per incidere il suo secondo album, anticipato dall'uscita nel Maggio 2003 del singolo "Non piango più", ennesimo esperimento nel quale ad un sorprendente intro di archi a tempo di tango argentino, si sovrappongono martellanti ritmiche di batterie elettroniche e sonorità che richiamano alla memoria gli anni '80; il cd singolo contiene inoltre il brano "Voglio quello che sento", di esplicita atmosfera "arabeggiante", arricchito dall'uso di strumenti etnici della tradizione mediorientale e indiana, come il sitar e l'oud.
I due brani del singolo vengono presentati dal vivo (insieme ai tre singoli di "Creatura nuda") in una serie di manifestazioni alle quali Valentina partecipa in qualità di ospite. Per incomprensioni tra la produzione e la casa discografica però, il disco non vede la luce.

Nel marzo del 2003 il "Gruppo Valentina Giovagnini", fan club dedicato dell'artista, diventerà ufficiale e supererà nel corso degli anni i 400 iscritti.

Nella Primavera del 2004 riparte per una nuova, lunga tournée, accompagnata da un altro complesso, gli Almanegra, che si protrae fino ad Ottobre. Lo spettacolo propone in scaletta brani del suo repertorio e cover di altri artisti riarrangiate in chiave celtica; al canto alterna, in molti brani, l'uso del flauto whistle. Con la stessa band gira l'Italia anche nel 2005, nel quale Valentina suona, oltre al whistle, anche una cornamusa appositamente fatta costruire per lei. 

Nel 2006 termina la collaborazione con il suo produttore Davide Pinelli, cominciando a lavorare con nuove realtà. 
Nello stesso anno prosegue la sua carriera con serate e miniconcerti, così come nel 2007 e 2008, alternando ai brani del suo repertorio nuove cover.

Nel 2008 diviene responsabile dalla Scuola comunale di canto di Cortona, e si dedica all'insegnamento del canto ai bambini del suo paese.

nel 2009, in seguito alla scomparsa di Valentina, nasce intorno all'artista nuovo fermento: riapre il suo sito ufficiale, curato dal fratello, rinasce il fan club ufficiale e soprattutto il 15 maggio 2009 viene pubblicato, grazie all'opera degli ex produttori di Valentina, l'album del 2003, il cui nome è "L'amore non ha fine", distribuito sotto etichetta edel.

L'album contiene, oltre agli 11 brani originari del lavoro del 2003, anche il brano "Sonnambula" scritto e prodotto da Gianni Maroccolo, che venne inciso più recentemente. All'interno del disco sono presenti inoltre due ghost track.

Sempre nel 2009 nasce la "Associazione no profit Valentina Giovagnini", fondata dal padre di Valentina, che ha lo scopo di raccogliere fondi per aiutare i più bisognosi nel nome e in memoria di Valentina.

Goracci don Luigi <Torna al menù>

Goracci don Luigi (1808 -1883), lasciò, fra i tanti suoi lavori letterari, una traduzione in ottava rima delle Metamorfosi di Ovidio, pubblicata a Firenze nel 1884 per cura del Prof. Isidoro Del Lungo. Molto apprezzata ed elogiata allora, ancora oggi, ai giorni nostri, è considerata la migliore traduzione esistente dell’Opera di Ovidio. L’”ottava” del Goracci fu paragonata a quella dell’Ariosto. È certo che la sua traduzione costituisce un poema da potere stare a confronto con l’Eneide del Caro e con l’Iliade del Monti. La traduzione delle Metamorfosi del Goracci è stata preceduta da non meno di altre ventidue traduzioni, ma è solo la sua è destinata a rimanere nella letteratura italiana con il titolo di “classica”. Il Goracci ebbe felice idea adoperando il metro del Boiardo e dell’Ariosto ed in tutti e quindici i canti delle Metamorfosi, riuscì in egual grado ottimo, sfatando del tutto l’opinione manifestata nell’Ercolano dal nostro Varchi, il quale, a proposito del piccolo saggio di traduzione in ottave delle Metamorfosi fatto da Domenico Veniero, asseriva parergli le stanze ovidiane del Verniero “tanto belle e leggiadre, che appena mi si può lasciar credere che alcuno, e sia chi si voglia, né egli medesimo ancora, possa infino al mezzo, non che insino al fine, così fattamente seguitarle; e allora che io il vedessi, lo crederei; prima no”.

Varrebbe la pena che qualche nostro letterato esaminasse i molti manoscritti che del Goracci si conservano alla B. Magliabechiana e pubblicasse i migliori (U. Viviani.)

Fonte: Libercolo del 1926 Andrea Livi Editore
Mannozzi Niccolò <Torna al menù>

Mannozzi Niccolò (XVII), scrisse un volume intitolato “Apologia ovvero difesa dell’Aria di Foiano di Mes. Niccolò Mannozzi, al Ser. Don Cosimo II Medici, Granduca di Toscana IV, con un’altra operetta del medesimo nel fine, che narra da chi e quando fu edificata detta sua Patria di Foiano, dove si tratta ancora della edificatione di Marciano e dell’antichissima città di Cortona in Toscana. In Fiorenza appresso i Giunti 1613 in 4”.

Il libro, è rammentato dal Targioni Tozzetti nelle sue Notizie Tomo III, dall’avv. Del Corto nella sua Storia della Val di Chiana e dal dott. U. Viviani di Arezzo. Tutti gli attribuiscono scarso pregio, specie dal lato storico, perché i fatti da lui enunciati sono in gran parte frutto della sua fantasia.
Mazzerelli Alcibiade <Torna al menù>

Maggiore esponente di "Novalis" e dell'Antroposofia

Alcibiade Mazzerelli, nato a Foiano della Chiana nel 1873, lavorò a Roma presso la Real Casa, a servizio della Regina Margherita fino ai tempi del pensionamento, per poi tornare al suo paese l'origine, dove visse sino alla morte, nel 1932. Responsabile con Giovanni Colazza del Gruppo "Novalis", divenne, assieme alla poetessa Lina Schwarz e ad Emmelina de Renzis, il referente principale di Steiner in Italia per l'opera di traduzione dei numerosi cicli di conferenze.

Fonte: Google
Melacci Bernardo <Torna al menù>

Bernardo Melacci nasce a Foiano della Chiana il 19 gennaio 1893 da Ferruccio e da Stella Tanganelli. In famiglia si coltivavano simpatie per gli ideali socialisti. Primo di quattro fratelli, frequenta le scuole elementari per poi lavorare con il padre come meccanico in un’officina.

A 17 anni, con altri suoi compaesani, abbandona il paese per recarsi a lavorare come meccanico all’Ansaldo di Genova. Qui, a contatto con il proletariato industriale e con la propaganda sovversiva, affina la sua preparazione rivoluzionaria, partecipando a diverse agitazioni.

Richiamato in marina (nella compagnia del capitano Giuseppe Giulietti, quello che riportò dall’esilio l’anarchico Malatesta), passa gli anni della guerra imbarcato su unità dislocate nei porti libici. In questo arco di tempo Melacci matura le sue idee anarchiche dopo aver conosciuto Errico Malatesta nel corso di un viaggio in nave. Tornato dalla guerra, trova come tutti i reduci, disoccupazione fame e miseria.  

Prima della fondazione del PCd’I a Foiano esistevano il gruppo anarchico “Pietro Gori” e il PSI. Il gruppo anarchico, ufficialmente costituito nel dopoguerra, i cui esponenti, oltre il Melacci, sono Sante Scapecchi (Ficocco), Carlo Scapecchi, Luigi Giaccherini (Baiocco), Guido Marcelli (Buco), Vittorio Ugolini (Dazio), Lanciotto Gailli, Piero Senesi e Giulio Bigozzi. Molti di loro, coetanei, hanno vissuto insieme l’esperienza del servizio militare in marina.  

In fase di costituzione, il gruppo promosse con successo uno spettacolo teatrale a sfondo antimilitarista e di beneficenza a favore dei bambini austriaci orfani di guerra e l’anno successivo organizzò una serata pro-vittime politiche al Teatro del paese.
All’indomani di una riuscita manifestazione organizzata insieme al PSI in occasione del primo maggio 1920 i cui oratori furono il deputato Ferruccio Bernardini e il Melacci – il gruppo anarchico inaugura il suo “nero vessillo”.  
Le principali attività sono la diffusione di “Umanità Nova” e la propaganda antimilitarista.

Il 12 aprile 1921 giungono a Foiano tre camion carichi di militanti fascisti aretini, valdarnesi e fiorentini, quest’ultimi armati di moschetto ed elmetti militari. Al canto di inni patriottici, diedero l’assalto e devastarono la sezione socialista, la Camera del lavoro, la Lega colonica e la cooperativa di consumo senza incontrare resistenza, nemmeno nei carabinieri presenti sul luogo

Cinque giorni dopo, domenica 17 aprile 1921, due camion trasportarono circa venti fascisti ben armati verso alcuni paesi della Valdichiana (Foiano, Pozzo, Marciano) con l’intento di svolgere azione di propaganda. Lo scopo reale si rivelerà ben altro: a Foiano i camion si fermano nella piazza centrale e i fascisti, alcuni dei quali studenti di scuole superiori aretine, iniziano a cercare socialisti e comunisti, entrano nelle loro case e minacciano di morte loro e le loro famiglie, devastano sedi sindacali e politiche e fanno irruzione e mettono a soqquadro il Municipio.
Il “giro di propaganda” continua con scontri e sparatorie a Marciano e Pozzo, dove in quest’ultima località il Circolo Ricreativo sede abituale di socialisti, viene trasformato in sede del Fascio di Combattimento.

Nel pomeriggio uno dei due camion prende la via di ritorno verso Arezzo, ma giunto poco oltre la chiesa di Renzino scatta l’imboscata: dietro le fitte siepi di bosso poste ai lati della strada un gruppo di contadini, armati alla meglio con fucili, pistole, scuri e forconi e altri attrezzi agricoli. L’autista viene colpito a morte, il camion finisce nel fosso ed i suoi occupanti, sbalzati fuori, vengono assaliti dalla moltitudine degli attentatori. Sul terreno, oltre all’autista Dante Rossi, rimasero orrendamente mutilati lo studente Aldo Roselli e il soldato in congedo Tolemaide Cinini. 
I superstiti gravemente feriti danno l’allarme e sul posto accorrono fascisti ben equipaggiati con moschetti e mitragliatrici da Siena, Perugia, Città di Castello e Firenze, dando il via ad una feroce rappresaglia: fienili e case coloniche vengono incendiati e nove persone furono uccise sotto gli occhi della forza pubblica che preferì non intervenire, fra cui una donna e un giovane calzolaio anarchico di Arezzo, Gino Gherardi, l’ultimo ucciso nella strage.
Per ristabilire l’ordine per alcuni mesi rimasero a Foiano 85 soldati provenienti da Arezzo.

I giornali cercano di mettere l’accento sullo “scempio dei cadaveri fascisti”, descrivendo i renzinesi come una “turba di animali da rapina”, sostenendo la tesi della loro premeditazione. Sulle rappresaglie fasciste e sulle nove vittime da esse provocate cade subito il silenzio; i tre fascisti uccisi a Renzino entrano invece a far parte della mitologia del partito che li dipinge come martiri della loro fede politica.

Alla spedizione punitiva segue l’azione delle autorità e Melacci viene arrestato a Genova nel giugno 1921. Tradotto “in gran segreto” ad Arezzo trova ad attenderlo in questo scalo ferroviario quaranta fascisti. Qualcuno tenta di accoltellarlo ma ferisce per errore un altro detenuto.

Da questo momento si cercherà di cucire addosso all’anarchico foianese l’immagine mostruosa dell’assassino truculento. Si arriva a produrre, quale prova di colpevolezza, persino una fotografia che lo ritrae mentre brandisce uno spadino nel corso delle prove per una vecchia recita di teatro amatoriale. Melacci viene interrogato mentre si trova rinchiuso nelle carceri aretine. Ammette di praticare spesso la caccia per motivi di sussistenza, pur non essendo munito di regolare porto d’armi. Inizia il suo racconto partendo dalla giornata del 12, ricordando l’umiliazione patita per le violenze dei fascisti ai suoi familiari. Conferma le sue idee anarchiche e libertarie ma nega di aver preso parte all’imboscata del 17. Messo in difficoltà dalla mole enorme delle testimonianze si trova costretto ad alcune ammissioni, sostenendo però di non aver distribuito nessun’arma, di non conoscere i suoi accusatori. Respinge infine con veemenza l’accusa di aver rubato il portafoglio ai fascisti. Racconta della sua fuga, dei primi pernottamenti nelle capanne della Val di Chiana, del rifugio a Genova.  

La penna dell’inviato speciale de “Il Nuovo Giornale” rappresenta così Mellacci:
 “[...] Una delle figure principali sia per la sua attività politica, come per il nefasto contributo di barbarie portato nella tragica giornata di Renzino è senza dubbio Melacci. Basso di statura, faccia irregolare, sguardo torvo, zigomi sporgenti, abiti dimessi e grande cravatta svolazzante alla Malatesta. Siede con un’ostentata altezzosità nella piccola gabbia separata. Organizzatore di professione, oratore violento, ha battuto negli anni del dopo guerra tutti i paesi dell’Aretino [...]”

Intanto si imbastisce il processo che si svolge nel 1924, dopo tre anni di carcere preventivo, alla Corte d’Assise di Arezzo. Il primo imputato ad essere interrogato è Melacci.

Ammessa la sua fede politica, oltre che di essere pregiudicato, l’anarchico ripercorre le angherie subite dalla mamma e dalla sorella nella duplice irruzione in casa perpetrata dai fascisti. Erano in cinque al mattino e sono tornati in venti nel pomeriggio, visibilmente ubriachi e minacciosi. Hanno portato via effetti e documenti personali senza alcun motivo e diritto, per di più con l’avallo ingiustificato delle autorità locali. Tutto questo - egli dice - nonostante io avessi sempre portato rispetto agli avversari politici. Per quanto riguarda l’imboscata del 17, Melacci rimane fermo ancora sulla sua versione suscitando vivaci proteste e battibecchi fra avvocati. Rivendica il suo diritto a difendersi scatenando un putiferio: “... Devo dire tutto quello che voglio a mia difesa... Sono anarchico... non ho niente da rimproverarmi”. I fascisti premevano per ottenere una condanna severa e nel momento del verdetto tirarono calamai, barattoli e ogni bene, gridando “Si vuole trent’anni! Si vuole trent’anni!”.

Dal processo viene alla luce una ben diversa realtà: quella di un paese colpito da continue provocazioni fasciste, e di un gruppo di mezzadri che (aiutati dal segretario della locale sezione comunista, Galliano Gervasi, e dall’anarchico Bernardino Melacci) si armano in fretta con roncole e schioppi a pallini dando vita ad un agguato spontaneo e improvvisato.

A quella che l’agiografia fascista chiamerà “l’imboscata comunista” hanno certo partecipato gli anarchici foianesi e passa perciò la tesi sostenuta dall’accusa. Per i trentacinque imputati si confermano gravissimi i capi d’accusa. In trentatre devono rispondere, in correità fra loro, dei tre omicidi volontari premeditati e di tredici mancati omicidi. Inoltre su Melacci gravano le imputazioni di furto qualificato ai danni dei fascisti a cui sarebbero stati sottratti rivoltelle e valori. Ancora il Melacci deve rispondere, in concorso con altri, dell’abbattimento dei tre pali conduttori dell’energia elettrica e del tentativo di interrompere le comunicazioni telefoniche. A questi si aggiungono tutti i reati connessi al porto abusivo e alla detenzione di armi da fuoco.

Il tribunale commina oltre tre secoli di carcere. Melacci ha la massima pena di anni 30 che sconterà fino al 1935 passando da Arezzo alle carceri di Pesaro; e poi ai penitenziari di Imperia, Portolongone, Parma e Pianosa. Vive il suo stato di detenzione con moltissime limitazioni. I contatti con l’esterno gli sono proibiti. La corrispondenza con i familiari è censurata in maniera sistematica e consentita solo dietro autorizzazioni preventive. Il fratello Eugenio dall’America e le strutture di soccorso del movimento anarchico sopperiscono come possono alle necessità del detenuto, con Temistocle Monticelli da Roma, responsabile del Comitato di Difesa Libertaria.

Dopo due settimane dalla fine del processo Mellacci scrive una prima lettera alla mamma ed alla sorella mentre è appena giunto al carcere di Pesaro nel giorno di Natale. Lo stato d’animo di una persona appena condannata a trent’anni si può facilmente immaginare. Dallo scritto però emergono anche elementi che contrastano in modo aperto con lo stereotipo che gli è stato cucito addosso. Il suo animo è gentile e sensibile, le parole che scrive alla famiglia rivelano tormento e sofferenza interiori. Perfino i toni lirici usati in certi passaggi sono una conferma della sua grande capacità di comunicare e, nonostante tutto, anche della voglia di vivere.
“Madre e sorella carissime, non ho potuto scrivervi prima di oggi. La traduzione doveva essere straordinaria ma... forse per l’impossibile ho dovuto fare diverse tappe: Spoleto e Ancona. Sono giunto a Pesaro il giorno della festa religiosa, il giorno in cui tutti reverenti s’inchinano, nella fredda cuna del gran Messia. Il giorno da poco levato batteva alle porte delle case addormentate portando seco l’eco bronzeo della notte, le note delle campane che non stanche, su l’ore silenziose saltellavano ancora come pensieri fuggenti attraverso l’infinito, con l’infinito del mio desiderio, di tutti i desideri. Il giorno da poco levato, i primi raggi del sole da poco spogliati dagli abiti in gramaglia salutavano le ombre partenti, quando io silenzioso, nel mesto raccoglimento, vi pensavo. Pensavo a voi povere e solitarie anime, più che a me stesso. Pensavo al vuoto delle anime vostre nella casa vuota [...]”.

Dimesso dal carcere in seguito ad amnistia ritorna alla sua casa solo per tre giorni. I gerarchi locali non possono tollerare la sua presenza nonostante le autorità di polizia non abbiano niente da obiettare. Così gli vengono inflitti tre anni di confino. Inviato alle Tremiti nell’anno 1937 si dedica alla propaganda delle idee anarchiche fra i numerosi giovani confinati facendosi iniziatore, con Stefano Vatteroni e Alfonso Failla, di una rivolta contro l’imposizione del saluto romano.  
Melacci, nonostante gli anni di galera, è lo stesso ribelle dei primi anni, il primo a scagliarsi contro le guardie che maltrattano i confinati. Viene arrestato insieme ad altri cento e imputato di essere stato il promotore della protesta. L’ultimo periodo di carcerazione dà il colpo di grazia alla sua salute già minata dai lunghi anni di reclusione.
Condannato ad altri cinque anni, nel 1938 viene ricoverato in manicomio.
Le privazioni e l’eccezionale regime carcerario lo conducono alla morte dopo un periodo passato in ospedale. Il 7 dicembre 1943 muore a Nocera Inferiore.

I compagni sapranno molto tardi della sua fine. E solo cinque anni dopo a Foiano della Chiana, presente Pier Carlo Masini, potranno ricordare Bernardo Melacci “come uno dei migliori militanti perduti”. Carolina Melacci Burri in una sua testimonianza – nel ricordare le vicissitudini patite dal fratello, e la sua figura gentile e delicata di compositore di poesie – ha avanzato seri dubbi sulle circostanze della sua morte.
“[...] condannarono Bernardo per le sue idee anarchiche e Bernardo è morto con l’ideale anarchico [...] Quando venne da Pesaro per il processo subì il primo attentato nel tratto che va dalla stazione al carcere di Arezzo [...] Altro attentato gli fu fatto nel carcere di Arezzo, durante il colloquio che io avevo con Bernardo: nella stanza dei colloqui c’erano i finestrini e gli spararono un colpo di rivoltella verso la finestrina, proprio dove si parlava noi. Un altro attentato glielo fecero a Terontola, poi non so se avranno provato ancora; so solo che Bernardo non si sa come sia morto [...] Quando le sue spoglie furono riportate al paese, una grande manifestazione popolare gli testimoniò tutta la riconoscenza della cittadinanza”.

Nonostante lo strazio di una simile esistenza, Melacci riesce a conservare una commovente umanità, che gli permette di scrivere struggenti poesie, intimiste e ribelli, riproposte in una edizione curata dall'amministrazione di Foiano della Chiana e dalla locale sezione dell'ANPI. Una pubblicazione resa possibile anche dall'impegno del suo biografo “ufficiale” Giorgio Sacchetti, che ne ha curato l’introduzione.

Sui muri della casa dove visse il Melacci, in via Solferino (o piazza Nencetti), c’è una lapide a lui dedicata con la scritta:

BERNARDO MELACCI
FOIANO 19-1-1893   -   NOCERA INFERIORE 7-12-1943
MILITANTE ANARCHICO E DELL’UNIONE SINDACALE ITALIANA
POETA E SPIRITO GENTILE.
ARRESTATO E CONDANNATO PER I “FATTI DI RENZINO”
IN UN ATTO DI RESISTENZA AL SORGENTE FASCISMO.
DEL FASCISMO SUBI’ LA MENZOGNA GIUDIZIARIA ED IL CARCERE.
NEL QUALE MORI’ INGIUSTAMENTE RECLUSO PER TUTTA LA VITA.

Presso il palazzo Granducale, in Piazza Cavour a Foiano della Chiana, si conserva l’Archivio Storico Istituto storico dell'Antifascismo e della Resistenza in Valdichiana che conserva la documentazione del Fascio di Combattimento di Foiano che fu recuperata dopo la liberazione, avvenuta il 3 luglio 1944, da Mario Angioloni, quella del CNL e dell'ANPI. Le cospicue donazioni hanno permesso la costituzione di un'emeroteca ed una biblioteca intitolata a Bernardo Melacci.

Sulla sua biografia tormentata, ma anche sulla sua vena di poeta gentile, si è sedimentata in questi anni una ragguardevole bibliografia scientifica:

• G. Sacchetti, L’imboscata. Foiano della Chiana, 1921: un episodio di guerriglia sociale, ANPI Licio Nencetti e Comune di Foiano della Chiana, Arti tipografiche toscane Cortona, 2000;

• Dizionario Biografico degli Anarchici Italiani, opera diretta da G. Berti, vol. II, ad vocem, a cura di G. Sacchetti, Pisa, edizioni Biblioteca Franco Serantini (BFS), 2004;
 
• P. Gabrielli, L. Gigli, Arezzo in guerra. Gli spazi della quotidianità e la dimensione pubblica, Roma, Carocci editore, 2006.

• C. Cardinali, E. Raspanti (a cura di), Bernardo Melacci. Poeta libertario, introduzione di Giorgio Sacchetti, Firenze, pp. 96, con foto e illustrazioni, Regione Toscana – Consiglio Regionale, 2005. Lettere, cartoline, brevi racconti e soprattutto poesie: sono il lascito nobile, il "canto libero" per una vita di cinquant'anni in gran parte trascorsa da prigioniero.
Dal carcere al confino fascista, per finire ancora nel carcere e quindi terminando i suoi giorni in un lugubre manicomio "criminale". Melacci (1893-1943), anarchico autodidatta di Foiano della Chiana, ha nell'animo generoso la bellezza dei sentimenti puri e l'amore sconfinato dei ribelli per la vita. Il suo bagaglio culturale e la sua eccezionale sensibilità nascono dalle esperienze vissute in una dimensione comunitaria e familiare dai forti connotati solidali, ma sono anche il risultato di contraddizioni aspre che la società mezzadrile dell'Italia primo novecentesca impietosamente evidenzia. I paesaggi dolci e miti, ordinati dall'ingegno umano nelle campagne della Valdichiana aretina, dove egli vive la sua infanzia e la sua adolescenza, sono per lui come le prime pagine di un libro di scuola. Ragazzo timido e irrequieto scopre la libertà nel girovagare "per le Chiane", cacciatore di frodo di selvaggina e di felicità; vive poi la grande avventura con il servizio militare in Marina, al termine del quale abbraccerà - per sempre - l'Ideale anarchico. I tragici "fatti di Renzino" del 1921, vero "atto di resistenza al sorgente fascismo" di una comunità vilipesa, segneranno il resto della sua vita. Il libro raccoglie una significativa selezione di poesie, tutte inedite. Ci troviamo senz'altro di fronte ad un prezioso testimone di conoscenza, fonte inaspettata per una storia altra del novecento. Gli scritti, in genere datati Aversa oppure Nocera, sono stati composti in grandissima parte al chiuso di quei manicomi criminali, fra il 1934 e il 1943.  
Il volume è distribuito da: Consiglio Regionale della Toscana, via Cavour n. 2, 50100 - Firenze, fax 055-2387365; e da: Ufficio Cultura / Biblioteca, Comune, 52045 - Foiano della Chiana (AR) cultura@comune.foiano.ar.it.

Fonti:
http://www.comune.foiano.ar.it/
http://www.socialismolibertario.it
http://www.anarca-bolo.ch
http://www.ecn.org
http://www.renzino.it

Mencarelli, Padre Andrea <Torna al menù>
Mencarelli, Padre Andrea (XVII), pubblicò nel 1672 le “Notizie biografiche degli illustri della Provincia di Arezzo” (Fraternita dei Laici Arezzo - manoscritto n. 100).
Muraca Ilio <Torna al menù>

Il Generale di Corpo d’Armata Ilio Muraca è nato il 13 novembre 1922 a Foiano della Chiana. 
Dal 1943 ha prestato servizio come Ufficiale dell’Esercito italiano nei Bersaglieri prima con il grado di tenente e poi di Capitano;
negli anni 1943-1945 ha combattuto la guerra di liberazione in Jugoslavia ottenendo 2 croci di guerra e 2 medaglie al valore dell’Esercito jugoslavo;
nel 1958, in Italia, è stato nominato Presidente della “Commissione di studio della Resistenza dei militari italiani all’estero”;
ha prodotto una collana storica di nove volumi riferita alle varie nazioni europee nella guerra 1943-1945 all’interno della quale sono presenti contributi di ricostruzione storica dello stesso Muraca;
dal 1968 al 1970 è stato inviato a Mogadiscio, a Sana in Somalia nello Yemen del nord come addetto militare dell’Esercito della Marina e dell’Aeronautica per organizzare gli aiuti economici e militari alle Forze Armate ed alla Polizia dei diversi Stati;
nel 1980 (05/01/1980) è stato insignito dal Presidente del Consiglio dei Ministri della onorificenza di Commendatore Ordine al Merito della Repubblica Italiana;
dal 1992 al 2002 è stato Presidente della “Commissione d’Appello” del Ministero della Difesa per la concessione delle qualifiche e delle decorazioni al valor militare partigiano;
nel 1996 (07/10/1996) è stato insignito dal Presidente della Repubblica della onorificenza di Grande Ufficiale Ordine al Merito della Repubblica Italiana;
nel 2001 (10/12/2001) è stato insignito dal Ministro della Difesa della Croce d’argento al merito dell’Esercito
nel 2005 (03/11/2005) è stato insignito dal Presidente della Repubblica della onorificenza di Cavaliere di Gran Croce;
nel 2009 (23/09/2009) il Comune di Foiano della Chiana ha concesso la cittadinanza onoraria al generale per il significativo impegno profuso per l’affermazione della libertà e della democrazia e per l’avvio e il consolidamento di legami sempre più intensi e concreti con il paese delle proprie origini. 

Ministero della Difesa - Conferimento di onorificenze al merito dell'Esercito (GU n. 67 del 20-3-2004)
Il ministro della Difesa Antonio Martino lo ha insignito della Croce d’argento al merito dell’Esercito, l’ambito riconoscimento rappresenta la ricompensa per la sua opera di studioso della Resistenza dei militari italiani all’estero curando una collana storica pubblicata in nove volumi, riferiti alle varie regioni d’Europa nelle quali i nostri soldati hanno combattuto per la libertà di quei popoli. Un riconoscimento importante e ben meritato, così motivato:
Con decreto 10 dicembre 2001 è conferita la ricompensa Croce d'argento al Gen. C.A. Ilio Muraca nato il 13 novembre 1922 a Foiano della Chiana (Arezzo) con la seguente motivazione: ”Ufficiale generale di preclare doti intellettive e morali, ha sviluppato, con sacrificio personale ed appassionato entusiasmo, un approfondito lavoro di ricerca e di analisi che ha consentito di riportare alla memoria ed all'attenzione di tutti, eventi, anche cruenti, di rilevante significato per quella parte di storia del nostro Paese legata all'Esercito ed alla sua partecipazione alla nascita dell'Italia repubblicana. La sua opera, che si è concretizzata nella redazione di un importante collana di volumi dal tema "La resistenza dei militari italiani all'estero", ha meritato il plauso incondizionato e l'ammirazione delle più alte Autorità politiche e militari del nostro Paese, suscitando, nel contempo, l'attenzione e l'apprezzamento delle giovani generazioni per tale lodevole e preziosa iniziativa storiografica. Personalità di spicco e di grande elevatura intellettuale che ha contribuito ad accrescere ancor più il prestigio della Forza armata in seno alla nazione.”. - Roma, 12 settembre 2001.

Il pluridecorato Generale Muraca è oggi membro del Comitato Nazionale dell’ANPI e fa parte della Presidenza onoraria dell’ANPI di Vicenza. È tra i collaboratori più autorevoli della rivista di Patria indipendente, la sua attività è rivolta soprattutto all’approfondimento della Resistenza e della guerra di Liberazione. 
Seguono due contributi a lui riferiti di recente pubblicazione:

La Costituzione con le bandiere di guerra
Il generale Ilio Muraca ha inviato al Ministro della Difesa Ignazio La Russa la seguente lettera:
Signor Ministro, nell’articolo apparso su l’Espresso n. 7 del 12 febbraio scorso: “La carta strappata”, l’on. Rosy Bindi, Vice Presidente della Camera, così si è espressa, in risposta alla domanda del giornalista Marco Damilano: “Nelle manifestazioni del PD c’è il tricolore sul palco, ma della Costituzione non si vede traccia”; “Benissimo, allora porteremo sul palco anche il testo della Costituzione” ha detto la Bindi! Ebbene, quella risposta mi ha riportato alla memoria un fatto del 1972, quando, da colonnello di Stato Maggiore, ero comandante del più prestigioso reggimento d’Italia, l’ottavo bersaglieri, in Pordenone.
In quel periodo, nel quale la nostra “magna carta” non era insidiata, ma veniva generalmente onorata, ho disposto che, accanto alla teca della bandiera di guerra del
reggimento (due Medaglie d’Oro al Valor Militare) venisse posta, su un leggio, una rara copia dell’edizione straordinaria della Gazzetta Ufficiale del 27 dicembre 1947, n. 503 ormai introvabile, ma che io gelosamente ancora custodisco.
Il mio ordine era semplicemente conforme al dettato dell’articolo 52 della Costituzione che recita:
“L’ordinamento delle Forze Armate si uniforma allo spirito democratico della Repubblica”.
Infatti, nessuna fra le più alte cariche dell’Esercito e della politica ebbe allora nulla da ridire, malgrado che la stampa avesse dato ampio risalto alla notizia di quella mia innovativa disposizione.
E allora io credo che quella disposizione potrebbe essere rinnovata ancora oggi specie quando le bandiere di guerra, massima espressione della nostra Patria e della Istituzione militare, seguono le nostre unità all’estero, in Paesi nei quali la nostra Costituzione può costituire un esempio da imitare. 
Ciò detto, e perché Ella, signor Ministro, possa meglio definire la mia figura, mi permetto di allegarLe la motivazione con cui il Ministro pro-tempore Martino, del
centro destra, ha voluto assegnarmi la “Croce d’Argento al merito dell’Esercito”.
Con i più rispettosi ossequi, Ilio Muraca
Fonte: Patria Indipendente - 28 febbraio 2009

Salviamo l’archivio dei partigiani in Roma
Raccogliamo e facciamo nostro l’appello lanciato dal Generale Ilio Muraca:
“In un giorno imprecisato del secondo Governo Berlusconi e dopo che lo stesso aveva soppresso per motivi chiaramente politici le due Commissioni Ricompartigiani, un alto funzionario del Ministero della Difesa, improvvisamente reso responsabile dell'Archivio partigiani di via Sforza in Roma di cui non sapeva l'esistenza, alla vista dell'enorme mole di documenti raccolta in grandi armadi metallici, ebbe ad esclamare: "Questo archivio andrebbe bruciato!"... Ora, senza voler indagare sulle dubbie tendenze politiche della persona, potrei anche ammettere che una così truce e "neroniana" espressione, sia stata il risultato di un'improvvisa perdita d'autocontrollo, oltre che di stile, che ogni funzionario dovrebbe avere, sempre.
Dopo questa breve premessa, è bene affrontare il problema della corretta conservazione ed utilizzo del nostro più vasto archivio partigiano, nato subito dopo la guerra di liberazione e arricchitosi, nel corso di decenni, di ogni tipo di documenti. Esso, a differenza delle molte raccolte esistenti presso le nostre Associazioni o i vari Istituti storici, tutti più o meno, su base circoscrizionale, resta indubbiamente la più importante e nutrita Memoria Storica della nostra Resistenza. In quell'Archivio è possibile consultarne ogni aspetto: dai ruolini delle formazioni a quelli dei vari CVL e CLN; dalle decine di migliaia di fascicoli relativi ai riconoscimenti delle qualifiche partigiane e dei gradi militari, fino alle concessioni di ricompense al valor militare a Province, Comuni e persone, diligentemente
verbalizzati; il tutto, distribuito per regioni geografiche.
Orbene, a sessant'anni dalla fine del conflitto, nonostante una legge sull'archivistica di Stato dichiari quel carteggio liberamente consultabile, come ogni altro del genere, sussistono ancora impedimenti di carattere burocratico o dovuti ad una riservatezza ormai ingiustificata, i quali stanno scoraggiando studiosi e ricercatori dall'intento di impegnarsi in utili e nuove analisi storiche che andrebbero promosse e finalmente intraprese”
Fonte: Il Patriota – ANPI Vicenza . Aprile 2009

Di seguito alcune testimonianze e riflessioni del Generale Ilio Muraca sulle vicende della nostra storia militare nei giorni dopo l’8 settembre 1943
(fonte : www.storiaememoria.it)

La resistenza armata dei militari italiani all'estero, dopo l'8 Settembre 1943.
L’armistizio dell’8 settembre 1943, con un annuncio del tutto imprevisto ed improvviso, pose le Forze Armate italiane in una situazione tragica. Logorati da 39 mesi di guerra, condotta su sette fronti e ormai giunta sul territorio siciliano, impreparate moralmente e materialmente alla nuova situazione, prive di ordini o, almeno di chiare ed inequivocabili direttive, le Forze armate si trovarono ben presto nel caos. Tra esse, in particolare, venne a soffrirne l’Esercito, legato alla difesa e al controllo di posizioni e di estesi territori che andavano dalla penisola alla Sardegna, dalla Provenza francese, alla ex Jugoslavia, dall’Albania, alla Grecia continentale e del mar Jonio fino alle isole dell’Egeo, tutte in mano alle forze dell’Asse Roma - Berlino. Degli eventi che seguirono sono stati evidenziati, con accenti spesso passionali, quelli meno edificanti, che in quei frangenti non poterono certo mancare, proclamando così che l’armistizio aveva provocato il completo dissolvimento delle Forze armate e, con esso, la “morte della Patria”, secondo una arrischiata definizione dello storico Enrico Galli della Loggia. Ma non fu così ! Non va infatti dimenticato che, a reali e mai negati episodi di vero e proprio disfacimento, che trassero motivo e spinta dalla totale carenza dei vertici dello Stato, sia monarchici che istituzionali, in fuga verso Brindisi, fecero riscontro, l’8 settembre e nel periodo successivo, in Italia e fuori, vicende di grande significato che ebbero, come protagonisti, sia interi reparti che singoli militari di ogni grado. E’ ormai acquisito che queste reazioni si verificarono soprattutto all’estero, là dove le unità italiane, pur nelle condizioni di estremo abbandono in cui erano state lasciate, seppero scegliere, in moltissimi casi, la via della dignità e dell’onore. Questo atteggiamento, là dove poté verificarsi, venne favorito dal grado di coesione e di disciplina di cui gran parte di quei reparti operativi potevano godere, oltre che per la lontananza della Patria, considerata irraggiungibile, anche per la reazione violenta e ingannevole delle forze tedesche ; tutti elementi che ebbero, molto spesso, il sopravvento sul clima di sfiducia che fatalmente doveva regnare in uomini per i quali la guerra era ormai finita, dopo che l’avevano condotta e subita in anni di privazioni e di sacrifici, con scarse licenze, epidemie distruttrici e col pensiero di un’Italia ormai invasa e martoriata, da una parte, dagli alleati, che non desistevano dai loro terrificanti bombardamenti e, dall’altra, dai tedeschi, spietati nelle reazioni nei confronti di tutti coloro, militari o civili, che dessero il minimo segno di opposizione. Anche la Marina e l’Aeronautica agirono validamente, nella misura consentita dalle singole situazioni dei porti e delle basi aeree, ma sempre con elevato senso di disciplina e spirito di sacrificio. Basti pensare all’affondamento della nuovissima corazzata “Roma”, la quale, in rotta nel mar Tirreno, per consegnarsi, secondo i dettami dell’armistizio, al porto inglese di Malta, venne affondata da un aereo tedesco e colò a picco con 1.355 marinai, compreso il suo comandante ammiraglio Bergamini. Ciò malgrado, per la regia Marina, fu tutto un andirivieni di torpediniere, di motosiluranti, mas e piroscafi in missioni di guerra, che si protrasse fino alla fine di settembre, spesso ostacolato o impedito dalle severe regole di “veto” imposte dagli inglesi. Grazie ad esse vennero recuperati, dalle sponde dei Balcani, circa 25mila uomini, mentre andarono subito perdute in combattimento le torpediniere “COSENZ”, “SIRTORI” e STOCCO”, oltre ad alcuni mercantili. Nelle unità dell’Aeronautica, la reazione agli avvenimenti dell’8 settembre fu la più varia sia per le diverse condizioni di efficienza dei velivoli, sia per il loro frazionamento. Tuttavia, ben 246 aerei di tutti i tipi, dei quali però solo un centinaio in condizioni di combattere, poterono raggiungere i campi di atterraggio dell’Italia libera. Ciò nonostante, sin dal 9 settembre, l’Aeronautica riprese la sua attività, scortando la flotta, appoggiando le unità impegnate contro i tedeschi in Corsica e, più avanti, rifornendo la divisione italiana partigiana “ Garibaldi “, in Montenegro, oltre alle forze partigiane jugoslave e albanesi Le divisioni italiane ammontavano a ben 36. Ad esse si contrapponevano ben 25 divisioni e 9 brigate tedesche, fra cui per la Balcania, alcune croate e bulgare. A parte la grave inferiorità in armamento delle divisioni italiane, impotenti a sostenere l’urto delle forze meccanizzate e corazzate germaniche, il loro schieramento, disposto per controllare tutto il territorio e in perpetua e insanabile carenza di mezzi di trasporto, era concepito in maniera opposta a quello dell’alleato tedesco, fatto di consistenti blocchi di unità mobili. Per contro quello italiano era disperso e disseminato in centinaia di presidi, alcuni di assai modesta entità : due condizioni strategiche agli antipodi, da cui doveva fatalmente derivare la sconfitta dei nostri, che vedevano i tedeschi ancora in guerra e gli italiani oramai convinti che la guerra dovesse considerarsi finita. Tuttavia, una valida e fermissima reazione di questi ultimi ci fu egualmente in molti reparti. Si trattò per lo più di combattimenti episodici e isolati, condotti quasi sempre di iniziativa, da unità minori, alle quali venne perciò a mancare l’indispensabile coordinamento dei comandi superiori, indecisi, disorientati e inoperanti a motivo della genericità e prudenza degli ordini ricevuti dall’alto e delle diverse valutazioni sul comportamento da tenere nei confronti dell’alleato del giorno prima : per alcuni si era trattato di un tradimento, per altri di una reazione giusta e onorevole in presenza di atti intesi a coartare la volontà di uomini decisi a salvaguardare il loro giuramento militare ed a mantenersi liberi. Iniziava così la Resistenza italiana all’estero che l’ambiguo messaggio del Comando supremo, trasmesso da Badoglio, non era riuscito a chiarire, nel punto più importante e cioè quello di un decisivo “cambiamento di fronte”, così come quel messaggio avrebbe dovuto fare e non fece per motivo di pavido calcolo e a salvaguardia, anzitutto, della Istituzione monarchica. Nell’esame dello sviluppo di questo fenomeno di Resistenza nei territori stranieri, fatto di orgoglio, di dignità, di rispetto del giuramento prestato, è bene procedere per regioni geografiche, tanto diversi furono gli avvenimenti in ciascuna di esse. Ne risulterà un quadro che ha dell’incredibile, per la straordinaria varietà degli accadimenti, per la loro tragicità e complessità, tutti elementi ai quali, ancora oggi, storici, scrittori, produttori cinematografici e mass-media non hanno voluto o potuto dare il dovuto risalto e significato. A fattor comune per tutti, va considerato che quei “resistenti” o “partigiani con le stellette”, come vennero in seguito chiamati, vissero ed operarono in un ambiente ove erano considerati occupatori, estraneo per lingua e costumi, e dove le passate colpe e responsabilità dell’Italia, alcune assai gravi, avrebbero pesato come macigni nella valutazione del loro comportamento, al cospetto dei nuovi compagni di strada. 
18/04/2001 Ilio Muraca 

La Resistenza armata dei militari italiani in Corsica, dopo l'8 Settembre 1943
L’isola, occupata dalle forze dell’Asse sin dal 1942, è stato l’unico paese in cui le due divisioni italiane stanziali, “Cremona” e “Friuli”, dopo l’8 settembre, hanno combattuto secondo i metodi convenzionali di guerra, avendo ragione di una divisione corazzata tedesca e di una brigata motorizzata SS. Merito principale va al comandante delle “Truppe italiane della Corsica”, generale di divisione Giovanni Magli, ed ai suoi uomini, rimasti disciplinati e bene inquadrati. Un esempio altamente significativo di ciò che si sarebbe potuto ottenere anche altrove, con il prestigio di un capo determinato. Alcuni giorni prima dell’armistizio era pervenuta al Magli la “memoria 44” dello Stato Maggiore Esercito, sul comportamento da tenere con i tedeschi, in caso di loro probabili reazioni. Perciò, la situazione era tenuta sotto controllo. A nulla valsero le due visite del generale Kesselring nell’isola, per indurre il Magli ad una più stretta collaborazione. Così, quando la 90° divisione tedesca, proveniente dalla Sardegna, da cui era potuta partire senza alcuna vera opposizione del Comandante militare italiano, si accinse ad attraversare la Corsica per imbarcarsi a Bastia, facendosi scudo della brigata SS, fu lo scontro, a volte durissimo, lungo tutto il suo itinerario di movimento. Negli ultimi giorni di settembre giunsero in aiuto, ad Ajaccio, unità francesi della 1° divisione marocchina, ma solo dopo che gli italiani avevano sopportato la parte più dura dei combattimenti. Da quel momento, le operazioni sul fronte di Bastia proseguirono congiuntamente, fra italiani e francesi, con l’aiuto dei partigiani corsi che il generale Magli aveva conquistato alla sua causa. La 90° corazzata tedesca e la brigata SS furono costrette ad imbarcarsi a Bastia subendo gravissime perdite ed abbandonando gran parte del loro materiale, tanto che questo episodio potrebbe rappresentare la vera Dunkerque tedesca della seconda guerra mondiale. Da notare che i bersaglieri italiani entrarono per primi nella città di Bastia, ma poi dovettero lasciare questo onore ai francesi, per motivi di propaganda. Non solo, ma alle unità italiane vennero in seguito ritirate le armi, per consegnarle agli alleati, secondo le clausole armistiziali, mentre il generale De Gaulle si rifiutava persino di stringere la mano al valoroso generale Magli, il vero liberatore della Corsica. Fu una grande amarezza per gli italiani e il prezzo della così chiamata “pugnalata alle spalle della Francia del 1940. Le nostre divisioni rientrarono solo alcuni mesi dopo in Patria, per costituire i due omonimi gruppi di combattimento, impegnati nella guerra di liberazione, fino al suo esito finale, sulla linea “Gotica”. 
21/04/2001 Ilio Muraca 

La Resistenza armata dei militari italiani nella Provenza Francese, dopo l'8 Settembre 1943
Le quattro divisioni della 4° Armata, di stanza nella Provenza francese, erano ancora in buone condizioni morali e materiali alla data dell’armistizio. La loro attività operativa, a fronte del movimento partigiano del maquis, ancora poco organizzato, non aveva comportato un grande dispendio di energie, tanto che il Comando supremo italiano, ancora prima dell’8 settembre, anche se in contrasto con quello tedesco, aveva approntato un piano di rientro in Patria di tutte le sue divisioni, in previsione di quello che poi sarebbe successo, a seguito della resa dell’Italia. All’atto dell’armistizio, questo movimento stava avvenendo a piedi, poiché era stato incautamente deciso di utilizzare tutti gli automezzi per il trasporto dei soli materiali. Fu così che, al momento dell’armistizio, una enorme e lenta massa di uomini venne sorpresa in cammino, sui vari itinerari costieri e montani, verso il Piemonte e la Liguria. Al loro seguito, marciava un cospicuo numero di famiglie ebree, che cercavano scampo alla ormai certa cattura da parte delle truppe nazista. Il generale Vercellino, comandante della 4° Armata, aveva anch’egli ricevuto la “memoria 44” dello Stato Maggiore Esercito e, sapendo di doversi opporre dall’ex alleato, aveva diramato gli ordini necessari. Ma i tedeschi conoscevano meglio dei nostri quello che stava per accadere e misero subito in atto un piano preordinato per bloccare porti, stazioni ferroviarie, nodi stradali e passi montani, così che poche loro unità, estremamente mobili e dotate di mezzi corazzati, impedirono ogni possibilità di transito agli italiani, appiedati e impreparati allo scontro. I combattimenti furono numerosi ma sporadici : al Moncenisio, al Col di Tenda, alla stazione ferroviaria di Nizza, a Mentone e altrove. A seguito dell’indecisione del comandante dell’Armata, mancò tuttavia la volontà di proseguire in tali azioni e prevalse il desiderio istintivo di guadagnare le vie di casa. Perciò, quando ancora le sorti potevano essere giudicate incerte, il generale Vercellino, il giorno 10 settembre, decideva di sciogliere la sua Armata, ancora efficiente, e di mettere gli uomini in libertà: una decisione clamorosa, che fa ancora oggi riflettere per le sue immediate conseguenze. La causa : il timore di rappresaglie sulla popolazione civile. Migliaia di uomini poterono così raggiungere l’Italia disordinatamente. Chi non poté farlo, restò nascosto in Francia, ma la massa finì catturata e internata. Tanti di quelli che raggiunsero il Piemonte e la Liguria, ufficiali, sottufficiali e soldati, passarono al movimento partigiano, divenendo i fondatori e il nerbo di eroiche formazioni. Anche fra quelli rimasti in Francia, molti si unirono al movimento del maquis, ove vennero accolti con amicizia, e combatterono per la libertà della Francia, subendo centinaia di morti in combattimento, fucilati o impiccati, o finendo prigionieri, in molti dei dipartimenti della Provenza. Un nutrito numero di militari italiani si unirono alla Resistenza francese fino a Parigi, occupata dai tedeschi. Purtroppo De Gaulle, dopo la resa tedesca, ordinò che, indistintamente, tutti i militari italiani rimasti in territorio francese, che avevano combattuto per la sua causa, ma che non fossero inquadrati nelle formazioni regolari del suo esercito, venissero internati, spesso negli stessi campi dei tedeschi. Fu una decisione ignobile che gli alleati cercarono in parte di attenuare. Per questo, quei militari sono rimasti “eroi senza nome né bandiera”, misconosciuti perfino nei loro diritti ; la loro esperienza fu amara e ingenerosa. 
03/04/2001 Ilio Muraca 

La Resistenza armata dei militari italiani nell'ex Jugoslavia, dopo l'8 Settembre 1943.
Sul vasto territorio occupato dalle forze dell’Asse, in parte tedesche (in Serbia e Croazia) e in parte italiane (2^ Armata e VI e XIV Corpo d’Armata, in Slovenia, Dalmazia, Erzegovina, Montenegro, Bosnia, fino al Kosovo), le vicende delle nostre 14 divisioni ivi stanziate furono le più varie. Dalle disperate marce verso i confini, per quelle più vicine ad essi, conclusesi in gigantesche retate da parte tedesca ai valichi di Fiume e di Trieste, fino ai sanguinosi scontri con gli ex alleati, mano a mano che alcune unità cercavano di sottrarsi alla cattura. Fu in Jugoslavia che fiorirono alcuni degli episodi più nobili e le più lunghe e accanite vicende della resistenza italiana all’estero. Ne citeremo solo alcune, come la costituzione dei battaglioni partigiani “ Mameli”, “Budicin”, Fontanot”, “Zara” ed altri, nell’area dalmatina ed istriana, presto scomparsi nel crogiolo di una spietata repressione tedesca ; la “Brigata Italia” costituita dai battaglioni “Garibaldi”, ”Matteotti”, ”Mameli” e ”Fratelli Bandiera”, che combatté, attraverso tutta la Jugoslavia, dalla Bosnia al Montenegro e fino a Zagabria ben oltre la fine della guerra in Italia. Così la Divisione “Garibaldi”, unica grande unità italiana partigiana all’estero, che seppe mantenere i caratteri nazionali, con le sue uniformi ed i regolamenti del nostro esercito. Le sue iniziali cinque brigate, vennero sottoposte a durissime prove, nei combattimenti o dalle spietate epidemie di tifo petecchiale, in cui alcune di esse finirono per scomparire, per poi ricomporsi, con una incrollabile volontà di sopravvivenza e di resistenza. I motivi essenziali di queste straordinarie unità furono : il rifiuto alla cessione delle armi ; la fedeltà al giuramento prestato ; la rabbia per l’abbandono da parte degli Alti comandi, anche se alcuni generali, fino a livello di divisione, rimasero sino all’ultimo vicini ad esse e si sacrificarono con esse. Fu così che la maggior parte di quei soldati ebbe a sperimentare quanto lunga, terribile e sanguinosa fosse la lotta partigiana nelle fila dell’esercito di Tito, in un territorio fino al giorno avanti ostile e straniero, di lingua e di costumi, dove spesso si chiedeva ad essi di dimostrare, con il loro sacrificio, di riscattare le colpe di un fascismo cui essi erano rimasti estranei. Ma, la loro volontà di non cedere, di non consegnarsi ai più vicini presidi tedeschi che continuarono ad invitarli con ogni lusinga, furono al di sopra di ogni immaginazione. I dispersi, i morti in combattimento, quelli per fame o per malattia furono circa ventimila. L’idea che si ricava da questa tragica vicenda, così come dalle altre della Resistenza all’estero, è quella di una quasi sovrumana capacità di soffrire, espressa dal soldato italiano, sicuramente al di sopra di quella di ogni altro esercito occidentale della seconda guerra mondiale.
05/05/2001 Ilio Muraca 

La resistenza armata dei militari italiani in Albania, dopo l'8 Settembre 1943.
L’Albania, con un ibrido provvedimento, un misto di ambizione nazionalistica e di sprovveduta politica, era stata dal fascismo occupata, a seguito di una rovinosa campagna, e poi incorporata all’Italia. Così che, Vittorio Emanuele Terzo, allora regnante di casa Savoia poté fregiarsi dell’altosonante titolo di “re d’Italia e di Albania e imperatore d’Etiopia”. Sul territorio albanese era spiegato, fino al Kossovo, il “Comando gruppo armate est”, comprendente la 9° Armata, su sei divisioni. Esso aveva giurisdizione anche sulla 11^ Armata, composta da altre sei divisioni, schierate in Grecia e sulle isole dei mari Jonio ed Egeo. Ma un nuovo, improvvido ordine, del Comando supremo italiano, prima dell’armistizio, aveva sottoposto il “Comando di questo gruppo armate” all’autorità militare tedesca. Anche a seguito di questo incredibile provvedimento, si comprende come il generale Rosi, comandante del “Gruppo”, abbia così illustrato la situazione in cui venne a trovarsi, durante il processo cui venne sottoposto, una volta rientrato in Italia dalla prigionia. “Gli avvenimenti dimostrarono che l’azione travolgente delle masse tedesche, bene armate ed equipaggiate ( 4^ divisione di fanteria, 1^ divisione da montagna ), era stata preparata da lunga mano dai loro comandi, ai quali certamente era noto ciò che a noi era invece ignoto, perché nulla conoscevo delle trattative condotte dal Governo di Roma e continuavo ad agire in buona fede nei confronti degli alleati tedeschi”. Questi, dopo il 25 luglio, avevano appoggiato il movimento separatista albanese del Kosovo ; mentre gli alleati riconoscevano un governo libero albanese all’estero, e i partigiani, invece, un governo comunista, nell’Albania meridionale. Di qui un intreccio di interessi che fu difficile da comprendere e districare da parte italiana. In queste condizioni la notizia dell’armistizio giunse al Comando del generale Rosi solo alle ore 18.00 dello stesso 8 settembre. Essa venne subito smentita da Roma, ma poi confermata alle ore 20.00 dello stesso giorno, con un ritardo tale da condizionare ogni successiva operazione. In una siffatta, caotica situazione, il Comando supremo italiano dette ordine alle unità di raggiungere la costa. Ma ormai era troppo tardi. Il morale era basso. Le unità tedesche erano già penetrate profondamente in Albania, fino al porto di Durazzo, ove si verificarono aspri combattimenti ; le comunicazioni telefoniche coi vari comandi di divisione erano state interrotte. A quel punto, il giorno 10, il generale Rosi dette l’ordine di consegnare le armi pesanti ai tedeschi, avendo da essi ricevuto la fallace promessa del rimpatrio. Solo la divisione “Firenze” non obbedì e si salvò, quasi per intero, sfuggendo sulle montagne, al seguito del suo comandante, il generale Azzi. In quei frangenti, tumultuosi e incerti, anche la divisione “Perugia” merita una particolare menzione per i sacrifici sopportati ed i numerosi combattimenti intrapresi sulla via della salvezza verso il mare. Fu una tragica “anabasi”. La grande unità visse giornate terribili nel tentativo di raggiungere ora un porto ora un altro, e di consentire l’imbarco degli sbandati. La sua tragedia si concluse a Porto Edda, con la esecuzione in massa degli ufficiali e sottufficiali che avevano combattuto e resistito. Si dice che il suo comandante, generale Chiminello, ebbe mozzato la testa dalle feroci bande albanesi, alleate coi tedeschi. Ma fu soprattutto la speranza dell’imbarco ad animare le lunghe marce di migliaia di soldati, i quali, pur di raggiungere il mare, combatterono ma vennero, via via, disarmati e spogliati di tutto dai predoni del luogo, che manifestarono una ferocia inaudita. Il tenente colonnello Emilio Cirino, della divisione “Perugia”, comandante di un battaglione, raggiunse Bari, per far presente la tremenda situazione in cui versava la sua unità e, malgrado invitato a restare, tenne fede alla parola data e tornò in Albania, ove venne catturato e fucilato. Simili episodi di valore e di orgoglio militare furono frequenti da parte di ufficiali anche di grado elevato. Fra di essi va ricordato il tenente colonnello Goffredo Zignani, già Capo di Stato Maggiore di una grande unità, che non volle accettare l’ordine di cedere le armi, datogli dal generale Rosi, e, ottenuto il comando di un battaglione di volontari, si oppose ai tedeschi, finché dopo uno scontro sfortunato, venne da essi catturato e fucilato. Come molti altri, fra i resistenti all’estero, egli venne decorato con la medaglia d’Oro al V.A. “alla memoria”. Intanto il generale Azzi, con migliaia di soldati, era salito sui monti, con la sua divisione ed elementi della “Arezzo”, “Brennero”, “Perugia”, “Ferrara” e “Parma”. Ma una così grande massa di militari italiani, anche se poi suddivisa in vari Comandi di zona, non poteva dimostrarsi idonea alla guerriglia né essere facilmente approvvigionata. Perciò, un po’ alla volta, venne sciolta. Ma da essa nacque il battaglione “Gramsci”, poi diventato brigata, che partecipò a tutta la campagna, fino alla liberazione di Tirana, in cui entrò da vincitore. Il suo rientro in Italia, armato e a ranghi compatti, avvenne alla fine del 1944. Malgrado più volte sul punto di essere distrutte, le sue unità vennero sempre ricostituite con nuovi militari che accorrevano ad arruolarsi per combattere il tedesco, dopo essersi liberati dalla prigionia o dai campi di lavoro coatto. 
11/05/2001 Ilio Muraca 

La resistenza armata dei militari italiani in Grecia continentale e isole del mar Ionio, dopo l'8 Settembre 1943.
La Grecia era presidiata dalla 11° Armata italiana, su sette divisioni. Il movimento partigiano greco, pur diviso in fazioni ostili fra loro, aveva messo a dura prova e logorato le nostre unità, in particolare nei presidi dell’interno. La malaria era devastante ; la lontananza dalle famiglie, persino di anni, a causa della mancanza di razionali turni di licenze, stava producendo effetti debilitanti nell’animo di ufficiali e soldati. Inoltre, una eccessiva vicinanza sentimentale e materiale (specie nei centri cittadini) fra popolazione greca ed i nostri militari, se pure stigmatizzata da continue disposizioni, aveva finito per erodere lo spirito combattivo della truppa, ormai in attesa, dopo lo sbarco alleato in Sicilia, della fine della guerra. Per di più, le motivazioni di una occupazione e di una controguerriglia, verso un popolo che continuava a ricordarci : “ siamo una faccia e una sola razza “, erano divenute fiacche ed inconsistenti. I vincoli della disciplina si erano molto allentati. Cosi, l’8 settembre, avvenne la fatale resa dei conti di tutto questo. L’Armata, cosiddetta “SAGAPO”, o “dell’amore”, crollò di schianto. C’è da aggiungere che troppo improvviso fu l’annuncio dell’armistizio, che lo stesso comandante dell’Armata conobbe lo stesso otto settembre, senza alcuna preventiva informazione. A quel punto, troppo lontana e irraggiungibile si presentava la propria casa e spietata divenne la reazione dei tedeschi che si erano mantenuti altezzosamente estranei ad ogni forma di solidarietà con la popolazione civile. Le loro unità, come al solito raggruppate e robustamente armate ( così come le nostre erano invece sparpagliate e povere di mezzi), bloccarono i nostri comandi più elevati e fecero prigionieri i loro comandanti. Solo una divisione ebbe il tempo di sfuggire alla morsa : la “Pinerolo”, la quale, con il suo comandante, generale Adolfo Infante in testa, si avviò in montagna, ove stipulò un patto di alleanza con le due maggiori fazioni partigiane, sottoscritto anche dalla missione inglese presente nelle formazioni partigiane greche ; un patto che, malgrado il successo di alcune ardite operazioni iniziali da parte italiana, venne tradito dai partigiani comunisti dello ELAS, avidi delle nostre armi, del nostro materiale e persino dei beni personali dei nostri militari, per conquistare la supremazia sulle altre fazioni e a scopo di furto. La resistenza degli italiani in Grecia, si frantumò così in episodi individuali o condotti da modeste unità, da parte di coloro che, armati o meno, vollero continuare a combattere per la libertà della Grecia o per mantenersi ostinatamente liberi, soffrendo fame ed inenarrabili stenti, o rifugiandosi presso le famiglie di quei greci che vollero ospitarli. E furono migliaia ! Vennero persino creati dai partigiani dell’ELAS tre veri e propri campi di concentramento per gli italiani, dopo il loro proditorio disarmo; provvedimento che, se non fosse stato per l’intervento caritatevole degli inglesi, si sarebbe trasformato in una ecatombe, come in parte egualmente avvenne per circa duemila di internati. Diverso fu il discorso per i presidi delle isole del mare Ionio, i quali, in quanto isolati, godevano di una certa autonomia e si opposero alla resa : I nomi di Cefalonia e Corfù bastano da soli a riscattare il cedimento della 11° Armata in Grecia e costituiscono esempi di straordinario eroismo, in cui gli uomini della divisione “Acqui”, dopo aver valorosamente combattuto, vennero praticamente annientati, sia nel corso dei combattimenti che nelle esecuzioni sommarie cui i tedeschi della Wermatch si dedicarono con accanimento e crudeltà tutta teutonica. In seguito migliaia di sopravvissuti ai combattimenti ed alle stragi colarono a picco, con le navi che li trasportavano in prigionia, affondate da naviglio inglese in maniera ancora oggi inspiegabile. 
15/05/2001 Ilio Muraca

La resistenza armata dei militari italiani nelle isole greche del Mar Egeo, dopo l'8 Settembre 1943.
Sono luoghi grandi come province o piccole come scogli, articolate in arcipelaghi dai nomi mitologici ; un insieme di terre galleggianti, a perdita d’occhio, occupate allora dai presidi italiani, spesso di una sola squadra, fra i quali si comunicava con inaffidabili radio gracidanti, e persino con le antiquate bandiere a lampo di colore a segnali morse. La situazione militare si trascinava placida e sonnolenta, lontana dal rumore della guerra, dove la natura la faceva da padrona ma esaltava il senso della solitudine e della lontananza da casa. C’era un dovere da compiere, ormai più per abitudine che per necessità, tanto da accreditare la descrizione che ha fatto attribuire l’Oscar al regista Salvatores, contro il suo film “Mediterraneo” in cui sono chiari i riferimenti negativi, verso ogni forma di militarismo, che, nel film, appare sbracato e irridente al valore del soldato italiano. Tuttavia è qui che si compirono, dopo l’8 settembre ’43, episodi di grande eroismo, come di un fatale abbandono al destino, secondo le più varie reazioni dell’uomo, che può dimostrarsi ribelle od imbelle, al tempo stesso. Ed è qui che gli inglesi, mettendo faticosamente insieme un raggruppamento da sbarco, all’impronta dell’improvvisazione, perché pressati dalle violenze verbali di Churchill primo ministro del regno unito, tentarono di occupare alcune basi di partenza per una più ambiziosa operazione a vasto raggio, che li portasse ad insidiare, alle spalle, lo schieramento tedesco in Grecia e i pozzi di petrolio in Bulgaria. Così gli italiani subirono la sorpresa, non solo dell’improvviso armistizio, ma anche dell’apparizione dei soldati inglesi, con i loro mezzi di combattimento, le armi sconosciute e l’abbondanza dei rifornimenti, dalle munizioni al pane bianco, alle razioni K, al rhum. Ebbero così inizio, da una parte, i giorni di una fragile collaborazione italo-inglese, fatta di stupori, di imbarazzate esitazioni anglosassoni, davanti alle nostre pressanti richiesta di aiuto, e poi, di scontri violenti, di morti comuni e, infine, di rese ineluttabili che, mentre per gli inglesi volevano dire o una fuga o una onorevole prigionia, per gli italiani significarono fucilazioni, campi di concentramento o, nel migliore dei casi, il trasferimento via mare ; il quale, appena al largo, diventava spesso il siluramento, il naufragio, l’annegamento in massa e mitragliamento da parte degli equipaggi tedeschi. Furono queste le tappe di un rosario senza fine di vicende eroiche e crudeli cui andarono soggette le nostre unità del Dodecanneso. In questo quadro i combattimenti di Rodi, Lero, Coo, Simi, Samo, costituirono esempi di orgogliosa ribellione all’arroganza tedesca, i quali, con la tattica del carciofo, riuscirono ad avere ragione, una per una, della resistenza degli italiani nelle vari isole e dell’impreparazione con cui gli inglesi si erano inseriti tardivamente in una operazione condannata all’insuccesso.
22/05/2001 Ilio Muraca

Neretti Luigi <Torna al menù>

Neretti prof. Luigi di Vincenzo
Commendatore della Corona d'Italia con Motu Proprio si s: M. il Re Imperatore del 4 Gennaio 1937 - XV

Nel 1943 muore a Firenze Luigi Neretti, uno degli uomini più illustri che Foiano abbia avuto:
Nato a Foiano della Chiana (Arezzo) il 20 Marzo 1865, figlio di Vincenzo maestro elementare del paese.
Fece la sua carriera scolastica per 44 anni nelle Scuole del comune di Firenze,
dove fu prima Direttore Didattico e poi Ispettore. Nominato per concorso R° Ispettore Scolastico, rinunziò a quest’Ufficio per rimanere nelle scuole fiorentine.
Dotato di non comune cultura musicale, istituì nelle Scuole Comunali Elementari di Firenze una Schola Cantorum, la prima sorta organicamente in Italia, che Egli guidò, diresse e poi sorvegliò con cura ed amore speciali.
Il 6 Luglio 1918, il Ministero lo insignì della onorificenza di Cavaliere della Corona d’Italia e il dì 11 Giugno 1922, con l’onorificenza di Cavaliere Ufficiale della Corona d’Italia.
In tutta la sua vita fu con l’azione, la parola, gli scritti, un vero apostolo della
educazione e della cultura musicale nella scuola, tanto che S. E. Gentile, Ministro dell’Istruzione nel primo Ministero Fascista, lo nominò il 4 Settembre 1923, Membro della Commissione Ministeriale che ebbe il compito di formulare i programmi per l’insegnamento del Canto corale e dei rudimenti della Musica
nelle Scuole Elementari.
L’8 Agosto 1924, per l’opera sua attivissima e disinteressata a favore della
Scuola, al di sopra del lodevole adempimento dei suoi doveri d’Ispettore Scolastico, il Ministero gli conferì la Medaglia d’Oro dei Benemeriti dell’Educazione Nazionale “per non comuni e gratuite prestazioni”.
Nel 1928 il Neretti chiese ed ottenne il collocamento a riposo ed il Ministro
dell’epoca, On. Fedele, con lettera al Provveditore prof. Rossi, dichiarando che
non è possibile conferire altri diplomi di benemerenza a chi ha già ottenuta la
Medaglia d’Oro, rivolse parole di viva lode al Neretti per l’opera sua apprezzata, a vantaggio della Scuola primaria.
Il 22 Luglio 1932 il Ministero lo nominò Regio Ispettore Onorario per le opere
integrative della Scuola nel comune di Firenze.
Nell’Ottobre 1932 il Neretti s’iscrisse al Partito Nazionale Fascista Il Neretti fu elevato a Commendatore della Corona d’Italia, da sua Maestà Re e Imperatore, Vittorio Emanuele III.

Pubblicazioni di Luigi Neretti

- Più di trenta libri di testo per le varie Classi Elementari e le varie materie d’insegnamento, tutti approvati dal Ministero;
- Un volume di Letture Religiose per le Scuole Medie, approvato dalle autorità
ecclesiastiche – Ed. Nuovissima di Firenze;
- Alcuni opuscoli e molti articoli pubblicati in riviste scolastiche e musicali;
- Biografia di Fra Benedetto da Foiano;
- L’Abele, Tramelogedia di Vittorio Alfieri – Studio critico - Ed. Nuovissima di Firenze;
- Per l’educazione e la cultura musicale nella scuola - Volume di circa 500 pagine - Ed. Nuovissima di Firenze - Per questo libro ebbe un Premio d’incoraggiamento della R. Accademia d’Italia;
- Redenzione - Pagine di vita popolare - Ed. Bemporad - Con questo libro nell’Aprile del 1933, ottenne il I° Premio al Concorso indetto dall’Opera Pia “Elisa Crema” in Firenze, per un lavoro indirizzato al miglioramento morale e materiale del popolo. Il Neretti ebbe anche i rallegramenti e i ringraziamenti del Duce;
- Opere musicali - N° 40, fra romanze, rispetti e stornelli per canto e pianoforte;
- Molte pubblicazioni didattiche relative al canto corale nelle scuole (Ed. Bemporad) e cori scolastici (Ed. Forlivesi);
- Da segnalare due fascicoli di Canti Patriottici, ricercati e ridotti per le scuole, prima che chiunque altro vi pensasse in Italia e approvati dal Ministero (Ed. Forlivesi).
- Due operette per giovinetti: “Sirenella” (Ed. Forlivesi) e “Madama Tilbury” (Ed. Maurri), che hanno avuto ovunque largo successo;
- Due fascicoli di 20 canti popolari toscani “Fiorita”, ricercati e trascritti per canto e pianoforte (Ed. Forlivesi);
- Canto, giuoco e ritmica - Canzoniere per Asili d’Infanzia e per le Classi Elementari inferiori, secondo il Metodo Agazzi (Soc. Ed. La Scuola 1934);
- N° 14 canti religiosi per la Scuola Elementare (Soc. Ed. La Scuola).

Nocentini Niccolò <Torna al menù>

Nocentini Niccolò (XVIII), Chirurgo di notevole fama; in un opuscolo di 8 pagine intitolato “Raccolta di osservazioni ed operazioni chirurgiche di Niccolò Nocentini di Foiano, Professore di chirurgia ed ostetricia nella terra di Chianciano. In Perugia 1808. Presso F. Baduel”, illustrò varie osservazioni in riferimento a 19 interventi da lui compiuti, e da lui ritenuti interessanti a vantaggio “della povera umanità”.

Pasqualini Mauro <Torna al menù>

Mauro Pasqualini è nato il 1° dicembre 1947 a Crevalcore in provincia di Bologna.
Cresciuto nelle giovanili del Bologna e dopo un anno di gavetta nei cadetti a Catania, fa il suo esordio in Serie A con la maglia rossoblù sotto la guida di Oronzo Pugliese, suo grande estimatore esibendo nelle 8 gare disputate durante la stagione 1968-69 notevoli doti tecniche e uno scatto da velocista.

L’anno dopo la società felsinea, per permettergli una completa maturazione, lo cede in prestito prima ad Arezzo e poi a Lucca, riprendendoselo nel 1971/72. Un grave infortunio ai tendini del ginocchio destro in occasione di un’amichevole disputata con il San Marino lo tiene lontano dai campi di gioco per l’intera stagione, al termine della quale viene ceduto al Cesena Calcio nelle cui file colleziona 17 presenze contribuendo alla prima storica promozione in serie A della compagine allenata da Luigi Radice.

La società romagnola anziché confermarlo, lo dirotta in serie C al Monza. Militando nel club brianzolo, subisce un altro serio infortunio al ginocchio, la cui gravità si rivela tale da rendere necessario il ricorso al chirurgo francese Trillat, famoso per aver ricostruito i legamenti a molti calciatori. L’operazione è efficace e dopo un lungo periodo di rieducazione l’attaccante emiliano riprende ad allenarsi.
L’illusione di poter tornare a giocare dura solo una settimana. Sottoposto ad accertamenti, causa un continuo stato di malessere caratterizzato da spossatezza e tosse, gli viene diagnosticato un enfisema polmonare che lo tiene lontano dai campi di gioco per altri 6 mesi. Finisce così per disputare con la squadra lombarda solo il finale di campionato.

Tornato in piena forma, inizia da titolare la stagione 1975-76 ma, durante una partita di allenamento, un forte dolore, sempre allo stesso ginocchio già operato due volte, lo blocca nuovamente, costringendolo stavolta ad appendere definitivamente le scarpe al chiodo.

Carriera sportiva


      Ruolo
: Attaccante

Presenze

  • Bologna: 21 (8 in serie A, 6 in Coppa Italia, 2 in Torneo Anglo-Italiano, 5 in Coppa delle Alpi)

  • Catania: 12

  • Arezzo: 6

  • Lucchese: 37

  • Cesena: 17

  • Monza: 7



Campionati

  • 1965/66 Bologna - serie A -

  • 1966/67 Bologna - serie A -

  • 1967/68 Catania 

  • 1968/69 Bologna - serie A 

  • 1969/70 Arezzo

  • 1970/71 Lucchese

  • 1971/72 Bologna - serie A

  • 1972/73 Cesena

  • 1973/75 Monza

Nell’anno 2008 diventa allenatore e istruttore allievi della società sportiva Cortona-Camucia, (Arezzo), ottenendo ottimi risultati, riportando, nel 2009, l'unica vittoria della società nel campionato.

Abita a Foiano della Chiana dal 1978, frequentando la società sportiva locale e collaborando con quella del Cortona.

Dal 2003 lavora come opinionista sportivo a Teletruria (tv locale di Arezzo), partecipando alla trasmissione Block Notes.


La sua passione per gli animali lo porta al canile di Lucignano dove svolge un'intensa attività di volontariato accudendo oltre cento cani.

Foiano in Piazza in occasione del suo primo anniversario ha organizzato una cena di beneficenza a favore del canile di Lucignano, grazie alla preziosa collaborazione di Mauro Pasqualini (clicca QUI)

Presenzini Euclide <Torna al menù>

Euclide Presenzini nasce l’8 settembre 1914 e muore il 21 maggio 1993

Figlio di Giuseppe Presenzini, professore di francese originario di Orvieto (clicca QUI per saperne di più), e Carolina Pacchiani, maestra di Foiano.

Euclide non ha avuto una vita facile, ma era estroverso, dotato di grande sensibilità, aperto a tutte le esperienze, eclettico. Non portato per gli studi, fece diversi lavori: lavorò come tramviere a Milano, tenne la gestione di un chiosco di bibite, in bicicletta portava gli scampoli da Legnano a Foiano e per questo fu soprannominato “Il Re degli scampoli”.
 

Negli anni 1934-35, sposato, Euclide passò dalla bicicletta al furgone continuando a frequentare i mercati con le sue stoffe, mentre la moglie teneva una bancarella di scampoli a Foiano.
Aprì un negozio a Foiano e fu il primo ad avere un televisore. Poi, dagli scampoli, passò alla confezione di pigiami e camicie da notte. Ebbe tre figli, ai quali cercò di non far mancare mai nulla, sognava per loro agiatezza e cultura, tant’è vero che li iscrisse al famoso collegio Rosmini.
Bersagliere e amante della bici, divenne un ciclista professionista e corse alcuni giri d’Italia con Gino Bartali.

   
IL GIRO DEL MONDO
   

Il 18 luglio 1981, da veterano ciclista di 68 anni, partì da solo in bicicletta per la sua memorabile impresa, un vero primato: il giro del mondo in 260 giorni, toccando i paesi: Italia, Svizzera, Francia, Germania, Lussemburgo, Belgio, Olanda, Inghilterra, Stati Uniti, Messico, Hawaii, Giappone, Cina, Thailandia, India, Sudan, Egitto, Deserto del Sinai, Israele, Grecia, Bulgaria, Jugoslavia, ritornò in Italia il 4 aprile 1982 dopo aver percorso 40.000 chilometri. 

Euclide fece parlare di sé tutto il mondo, arrivavano messaggi dai tre continenti per informare famiglia e foianesi di ogni sua tappa. Quando partì, nessuno credeva riuscisse, a quell'età, in una simile impresa.
Il giorno del ritorno fu trionfale, in maglia Del Tongo (sponsor di una squadra ciclistica tra le cui file c'era il grande Saronni), scortato da un corteo di bici, moto, auto, vigili, giornalisti, radio e tv, il giro del mondo terminò allo stadio dei Pini di Foiano con una folla acclamante che aspettava Euclide, scese dalla bici e abbracciò la moglie e i figli che da ben 260 giorni non vedeva.

Ma non finirono qui le sue imprese, a oltre settant’anni, Euclide ci riprovò, ripartì e riuscì in un altro giro del mondo, fece un po' meno clamore, ovviamente il primo record ha impresso più gli animi della gente.
Euclide Presenzini sarà ricordato per un record complessivo che forse nessuno eguaglierà: a 70 anni ha completato due giri del mondo percorrendo ben 90.000 Km in bicicletta in 700 giorni.
Una figura da non dimenticare.

Il nipote Alamo perpetua la passione di Euclide, da 10 anni organizza gare ciclistiche in Val d’Orcia con oltre 1.500 iscritti e da 4 anni a Asciano con già 200 partecipanti.


Guarda il video di Euclide Presenzini
Clicca QUI

 
RITAGLI DALLA STAMPA
 
Euclide in America in difficoltà chiede aiuto ai suoi concittadini
 

«Aiutiamo Euclide», questo il titolo che l’amministrazione comunale di Foiano e la Pro Foiano hanno fatto stampare su di un manifesto che invita tutti i cittadini foianesi a fare una sottoscrizione per «aiutare» Euclide Presenzini il ciclista settantenne foianese impegnato dal 18 luglio a percorrere le strade del mondo, ora in difficoltà.

Tutti ormai conoscono questo personaggio foianese che fa parlare di sé i giornali di mezzo continente per una impresa che con il passare dei giorni si sta concretizzando, percorrere in bicicletta tre continenti del nostro mondo.
Partito da Foiano in una calda mattinata di luglio fra gli applausi e lo «scetticismo» dei suoi concittadini ha attraversato l’Europa centrale (Svizzera, Austria, Germania, Belgio e Olanda) poi l’Inghilterra, infine il «salto» in America (Stati Uniti) e ora proprio in questi giorni ha lasciato il Messico per dirigersi nelle isole Haway. Il suo futuro si chiama Cina, India, Africa e per concludere l’ultima tappa nell’Europa orientale.

Ogni settimana Euclide invia ai suoi amici foianesi cartoline e giornali che parlano della sua impresa. Proprio nei giorni scorsi in Florida precisamente a Panama City è stato festeggiato in modo entusiasmante, stesso trattamento lo ha avuto in Messico, un calore umano intorno ad un messaggero di sport, di pace che ha sulla maglia una scritta «Foiano e Italia».

Per questo i suoi concittadini sono vicini a «lui» anche con questa sottoscrizione. In questi giorni «Euclide» ci ha inviato alcune foto pregandoci di salutare «tutti attraverso il nostro giornale» con una delle solite frasi: «Sto benone, ho fatto tanti chilometri, l’America è già dietro le mie spalle, scherzi a parte mi sembra di essere alle “Chianacce”». Ecco Euclide sei accontentato!

Giancarlo Sbardellati

 

Euclide a Nuova Delhi: una festa tutta toscana

 

Il «giramondo» in bicicletta ha trovato nella capitale indiana una comitiva di lucchesi.
Tutte gastronomiche le sue difficoltà.

«Sta bene, anzi direi proprio che è in gran forma. L’unico suo cruccio sembra essere la pessima qualità delle pietanze che gli vengono offerte nei paesi che, chilometro su chilometro, sta attraversando». A parlare è un giovane di Camaiore, l’architetto Paolo Ghilardi, reduce da un viaggio in terra indù. A star benone, tranne le delusioni gastronomiche, è invece - ma i più, a questo punto, lo avranno già capito - il simpatico «nonnetto» di Foiano che dal luglio dello scorso anno sta facendo impallidire la fama di Magellano col suo giro del mondo su «due ruote».

I due si sono incontrati casualmente nei primi giorni dell’anno in un hotel a tredici chilometri da Nuova Delhi. Il Ghilardi era in compagnia di una comitiva di Camaiore e di Lucca - il professore Carlo Cipollini, Emilio Palmerini, Emiliana Trini e i coniugi Nicoli -; Euclide Presenzini, invece, era accompagnato soltanto dalla fedele bicicletta che lo sta conducendo alla scoperta del nostro globo.

Audace com’è, Euclide è stato naturalmente aiutato anche dalla fortuna,. in mezzo a milioni di indiani non solo ha trovato il gruppo di toscani in trasferta turistica, ma lo ha trovato «corredato» di un provetto fotografo (il Ghilardi è infatti titolare dello studio fotografico «Zoom» a Camaiore): così ha potuto tranquillamente mettersi in posa con gli amici occasionali per la più classica delle foto ricordo.

La telefonata del pilota dell’Alitalia che dava Euclide già a Bombay in perfette condizioni di salute ha avuto dunque piena conferma. Il «giramondo», insomma, non si è perduto sulle rive del Gange.

Certamente a Euclide le difficoltà non saranno mancate. Birmania, India: paesi lontani, costumi così diversi dai nostri, idiomi incomprensibili, comunità italiane numericamente poco rilevanti.
Tutti ostacoli, però, che Presenzini pare abbia superato in scioltezza e che, comunque, si sta ormai lasciando alle spalle insieme con la traversata dell’Europa occidentale, le festose tappe americane, i viaggi in aereo attraverso due oceani.

A questo punto si può già dire che Euclide è sulla via del ritorno. Gli manca ancora l’Africa, ma in confronto alla strada che ha percorso finora, sembra proprio una bazzecola. Potenza di Euclide.

Paolo Ermini

 

Dopo una lunga malattia, morto Euclide Presenzini. Girò il mondo in bici

 

Una brutta notizia per gli amanti dello sport nel senso più puro del termine. E’ morto a Foiano Euclide Presenzini, il vecchietto che fece parlare di sé tutto il mondo quando decise, a un’età già veneranda, di fare il giro dei continenti in bicicletta. Con la sua fedele due ruote Presenzini toccò le città più importanti del globo, sempre salutato dall’affetto della gente che gli riconosceva doti straordinarie di coraggio. Adesso Euclide se n’è andato ed è una perdita per tutti.
La notizia è giunta ieri nella tarda serata.

 

La leggenda sportiva di Euclide Presenzini

 

Solo poco più di un anno fa, il 21 maggio 1993, a Foiano in Valdichiana, Euclide intraprendeva il suo ultimo viaggio, fra le nuvole, senza fare ritorno.
Non ho avuto, purtroppo, l’onore di conoscerlo, ma ho appreso delle sue imprese ciclistiche, e nel ricordarlo ho il timore di banalizzare, in così poco spazio, quanto da lui compiuto.
Sono certo, però, che molti castellanzesi lo ricordano con profonda stima ed ammirazione, non solo per le sue gesta, ma perché Euclide ha sempre mantenuto stretti legami con la terra in cui la sua famiglia, con abnegazione, da tempo si impegna in attività sociali.
Euclide Presenzini verrà ricordato negli annali sportivi per quel record che forse nessuno eguaglierà: 90.000 Km in bicicletta in 700 giorni, passando dall’Italia all’Europa del nord, poi Canada, Stati Uniti, Paesi sudamericani, Asia, Australia, Africa ed infine i Paesi Baltici.
E’ stato questo record che ha fatto di Euclide una “leggenda”, confermata dalle successive avventure ciclistiche da lui compiute.
Euclide, nella sua spasmodica attività sportiva, per il coraggio e la determinazione dimostrata, è stato l’espressione più autentica, in tempo di pace, del Bersagliere voluto da Alessandro La Marmora.
Con le sue gesta, infatti, ha onorato la Patria perché ha portato per il mondo un solo nome: Italia.

Il Presidente Cap. Bers. Dr. Vittorio Murri, Settembre 1994

 

Partito nel luglio 1981, il foianese Presenzini completò l’impresa il 4aprile

 

Euclide, il giro dei mondo 20 anni fa. Sono passati 20 anni da quel 4 aprile 1982, una splendida domenica di primavera. Euclide Presenzini, arzillo foianese di 68 anni, completò il giro del mondo, da solo, in bicicletta, in 260 giorni, dopo esser partito nove mesi prima, il 18 luglio dell’81. In tutto 40.000 chilometri attraverso Italia, Svizzera, Francia, Germania, Lussemburgo, Belgio, Olanda, Inghilterra, Stati Uniti, Messico, Hawaii, Giappone, Cina, Thailandia, India, Sudan, Egitto, Deserto del Sinai, Israele, Grecia, Bulgaria, Jugoslavia, ritorno in Italia, 22 paesi in assoluto. Destò scalpore che un uomo di 68 anni, pur allenato, riuscisse in una simile impresa di cui parlarono giornali, televisioni, radio. Un viaggio affascinante, suggestivo, dove non mancarono i rischi, le insidie, come era prevedibile, passando per luoghi particolari e in un viaggio così lungo. Se fosse vivo, Presenzini avrebbe da raccontare mille aneddoti, mille storie di quel periodo. Qualche stagione dopo, a oltre settant’anni, non pago della prima performance, il veterano ciclista di Foiano della Chiana ripartì per un altro giro della terra ma quello che resta più impresso ovviamente è il primo.

Ricordiamo ancora quel giorno, il finale, tanta gente da Arezzo a Foiano ad accompagnare Euclide, con la maglia della Del Tongo (che allora aveva la squadra di professionisti con Saronni). Una carovana di biciclette, moto, auto, la scorta dei vigili e l’ingresso trionfale nello stadio dei Pini di Foiano, gremito come poche altre volte. L’abbraccio della moglie e dei figli tra telecamere, taccuini, insomma, un ritorno trionfale. Euclide Presenzini non c’è più da alcuni anni e allora ci pareva giusto ricordarlo in un anniversario particolare. In un mondo che va di fretta e che troppo in fretta dimentica tutto e tutti almeno qualche volta è doveroso ricordarsi delle persone.

Fausto Sarrini

 

El Pais 28/05/1986

 
Euclide Presenzini, ciclista de 72 años, terminó el pasado sábado su segunda vuelta al mundo en bicicleta, en la que ha cubierto 55.000 kilómetros a lo largo de 11 meses. Presenzini, que realizó una hazaña similar en 1982, fue acogido triunfalmente por los vecinos de su pueblo, Foiana della Chiana (Toscana), su mujer, sus hijos, sus nietos y una sonora banda de música.

URL: http://www.youtube.com:80/watch?v=yG5Rqv ...
Presenzini Giuseppe <Torna al menù>

Giuseppe Presenzini (Presenzini - Mattoli con stemma di famiglia) di Orvieto, professore di francese, ha scritto:
- Federico Dombrè - dramma di una generazione (romanzo)
- Quei poveri pionieri (1924)
- Grammatica francese (1946)
- Elementi di grammatica francese per le scuole inferiori (1948)
- Correspondance commerciale (1961)
- La belle moisson : Letture francesi per il primo studio della Lingua (1951)
- Studio completo sul verbo francese, ad uso degli Istituti d'istruzione Media di 1 e 2 Grado e degli studiosi che si preparano al titolo di abilitazione (1919)



Da un ricordo di Gaetano "Tanino" Castiglioni:

Quel professore "un vero democratico" antifascista Ricordare la pace è anche non dimenticare coloro che per la pace hanno lottato tutta la vita. A costoro ed a tutti coloro che per la vita hanno dato per la pace volgo il mio pensiero. A Lei, Professore Giuseppe Presenzini.in questo particolare momento in cui finalmente anche la scuola si è aperta all'insegnamento storico della seconda guerra mondiale. Si ridesta in me il ricordo dei nostri incontri di quel tempo lontano, mettendo in pratica il Suo saggio insegnamento. E Le sono riconoscente perché , grazie agli uomini come Lei, che hanno saputo inculcare nella nostra mente con somma umiltà e pazienza i valori della pace, l'amore tra Popoli diversi di colore o di fede, da oltre cinquant'anni la pace regna nella nostra Italia. In quei valori in cui Ella ha sempre creduto,oggi, noi continuiamo a crederci e strenuamente ci battiamo a denti stretti perché vogliamo che perennemente se ne possano godere i frutti. Quanto peregrinare per non volere cedere allo strapotere fascista il quale costringeva tutti gli insegnanti ad iscriversi al partito fascista ed a prestare giuramento di fedeltà al supremo ordine del Duce. Dall'Umbria alla Toscana alla Liguria fino su in Lombardia senza mai potere insegnare ufficialmente perché la tessera di quel partito non entrò mai a far parte dei suoi documenti. L'unica tessera che custodiva gelosamente e che mostrava orgogliosamente unitamente ad altri documenti da esibire, era le tessera del Partito Socialista Italiano. Un giorno mi ricordò che proprio il mese e Panno in cui nacqui (aprile 1930) al Gran Consiglio del fascismo.Viene rilevato che è opportuno per il Regime scegliere quei rettori,docenti e professori che fossero iscritti da almeno cinque anni al PARTITO NAZIONALE FASCISTA e si sostiene che l'animo del PROFESSORE non deve essere vagamente simpatizzante per il fascismo e neppure passivamente aderente agli ordini ma "DEVE VIBRARE ALL'UNISONO" con la coscienza fascista. Come si può rilevare da quanto sopra, al prof. Presenzini era pregiudicata la possibilità per l'insegnamento in tutte le scuole dello Stato. Poté trovare rimedio e continuare nell'insegnamento solo accettando (nonostante non fosse cattolico professante) di insegnare lingua francese nel collegio cattolico Rotondi di Gorla Minore (VA). Logicamente con una retribuzione che non era adeguata alla Sua professionalità. Durante il periodo della guerra, tra bombardamenti, sofferenze, rappresaglie nazifasciste, giorni di fame, nello studio del professore vi era sempre un movimento a me incomprensivo. Vedevo, ascoltavo, ma non capivo. Fu solo a guerra finita che mi si schiarirono le idee quando, in un Suo comizio politico da una finestra del palazzo Comunale , poté finalmente spiegare alla cittadinanza la gioia di quelle giornate, inneggiando a quella libertà tanto sospirata ed attesa per oltre un ventennio. Quando parlava del momento storico che si stava vivendo, il Suo pensiero era sempre rivolto ai poveri soldati al fronte che venivano massacrati dalle forze nemiche o rientravano dal fronte, invalidi per sempre o distrutti nel morale. Non poteva certamente simpatizzare per la monarchia in quanto non vedeva in essa la realizzazione del Suo pensiero. In linea con Carlo Cattaneo il quale con l'avvento di Carlo Alberto si ritirò andando esule a Parigi, anch'Egli, nel Suo studio ed in famiglia si esprimeva condannando l'arroganza, la nefandezza di quei potenti che gozzovigliavano nelle loro regge brindando con i più rinomati spumanti delle loro terre o francesi. Incuranti delle miserie, del dolore di cui soffrivano gli orfani, le vedove, le madri, gli invalidi reduci dalle guerre da loro volute per sempre più magnificare la loro grandezza, la loro potenza. A quei tempi vi era il detto «L'uovo al contadino e la gallina al signor padrone». Ricordo un aneddoto che mi rimarrà impresso per tutta la vita. Era una giornata uggiosa d'inverno. Il professore era influenzato e non avendo potuto recarsi al lavoro mi invitò per chiedermi un favore M Zaròl, così mi chiamava Lui con il suo simpatico accento francese "vammi a comprare trenta ghei (centesimi) di baal del duce". Al che rimasi esterrefatto in quanto era un modo inusuale di esprimersi per il professore. In particolare per il momento pericoloso assai in cui ci si trovava. Per detta frase, se spiata, sarebbe costata una severa condanna. Magari anche l'invio in uno dei tanti campi di sterminio della gestapo tedesca. Sorpreso ammiccai alla signora maestra Carolina Pacchiani, Sua consorte, la quale, con amorevole sorriso mi disse "vai al cafferino della stazione NORD a comperare il Corriere della Sera". Incredulo, rimurginando nella mente quella frase, al suo senso, mi avviai in obbediente ma silenzio. Fu in seguito, dopo la liberazione avvenuta il 25 aprile 1945 con la partecipazione delle forze Partigiane e la collaborazione di tutto il Popolo, che l'insegnamento del professore riguardante l'amore per la Patria, la Pace, la Libertà si poté mettere in pratica. Sia monito agli insegnanti, agli scolari, a tutti i responsabili delle associazioni culturali il modello di vita della famiglia Presenzini, alla quale tutti noi dobbiamo un ringraziamento, perché il loro sacrificio non sia stato vano. Ancora oggi godiamo dei grandi valori in cui si ispirava questa nobile famiglia: PACE, GIUSTIZIA, LIBERTA'

Alcuni giudizi della stampa su
FEDERICO DOMBRE’ (Il dramma d’una generazione)
romanzo di Giuseppe Presenzini


Presenzini inquadra nel sua romanzo, e mette a fuoco, la profonda crisi spirituale che ha travagliato il trentennio 1890-1920 in Italia. In quella che potrebbe essere definita una successione di quadri storici - dai primi tentativi del socialismo all’affermazione del fascismo - egli muove e fa vivere le speranze, le delusioni e le sconfitte di un’intera generazione di giovani fuorviati dal materialismo positivista e dalle atee teorie sociali.
Facendo uso di una lingua che egli modella alle armonie del pura idioma italiano, Presenzini lascia affiorare fra le pagine del suo romanzo un’acuta sensibilità artistica, che si risolve in una studio accurato e preciso dell’ambiente e del paesaggio in cui Federico Dambrè trascorre i brevi anni della sua vita.
Giovanni Casati, IL CITTADINO, Monza, 16-3-1950

Il dramma angoscioso di una generazione, circoscritta dal periodo che va dalla prima guerra africana e i moti del ‘98, alla marcia su Roma, è, con serrata andatura di stile e di immagini, riportato dal Presenzini nel romanzo Federico Dombrè col desiderio preciso, anche se non esplicitamente espresso, che gli uomini, dopo tutto il male fatto e sofferto, sentano il desiderio di una pace serena, nell’amorosa comprensione reciproca…
Il Presenzini si rivela in questo libro uno scrittore dotato, con capacità di sintesi non comune, anche se a volte necessariamente superficiale, per dover trattare un così lungo e complesso periodo della nostra storia.
Emilia Parone, IDEA (Supplemento), Roma, 27-1-1950

Dalla prima guerra coloniale e dai moti del ‘98 can le barricate di Milano, alla prima guerra mondiale e alla marcia su Roma… Un periodo storico che avrebbe fatta tremare «le vene e i polsi di qualunque altro scrittore che non avesse le forze del Presenzini.
LorenzoPerotti, UNIONE SARDA, Cagliari, 28-3-1949

La tesi che l’Autore si propone è il ritorna al culto degli ideali di bellezza e dei valori della spirito.
Carlo Pierantoni, L’UMBRIA, Perugia, 28-9-1949

E’ un’opera soprattutto onesta, qualità difficile da trovare, oggi, in un romanzo del genere. Onesta e per gli intenti e per la realizzazione letteraria, che non propone al lettore né mode né ismi.
Redicì, GIOPI, Bergamo, 11-12-1949

La vicenda del romanzo è sostenuta con assoluta dignità d’arte, e al contempo con spirito sereno, al di sopra di ogni settarisma.
Guido Conti, IL POPOLO LOMBARDO, Legnano, 1-5-1949

Un romanzo italiano, italianissimo, tutto ispirata al genio della stirpe, la cui azione si svolge in massima parte nell’Umbria, nelle nobili città di Orvieta, Perugia, Bevagna, che l’autore ritrae con tutto il fascino delle loro bellezze artistiche naturali e della loro storia millenaria.
Walter Ganzaroli, LA VITA SCOLASTICA, Rovigo, 16-3-1949

Un romanza scritto con molta gusto e raffinatezza di stile... La lingua è schietta e buona, moderna e classica nella stessa tempo.
Rodolfo Puccelli, LA CRONACA ILLUSTRATA, New York, 16-9-1949

Un’opera di squisita equilibrio in tutti i suoi valori, di basi dottrinali, di responsabilità morale, d’interpretazione psicologica, di espressione artistica.
Pericle Perali, DA UNA LETTERA ALL’AUTORE, Città del Vaticano, 30-4-1949

E’ un libro triste e potente.
G. A. Borgese, DA UNA LETTERA ALL’AUTORE, Chicago, 19-9-1951

E’ la storia intricata, umana. commovente, densa di miserie e di dolori, d’una generazione che altro non vide che guerre... (Un libro) che stimola al Bene e serve a tranquillizzare la coscienza di chi è ancora convinto che la libertà è tutta per l’uomo.
ACCADEMIA DI ALTA CULTURA, LA RICCSTRUZICNE DEI POPOLI, Chieti, 27-3-1950

I personaggi vivono attraverso le loro peripezie dando un senso di realtà obiettiva, densa di suggestive passioni e di nobiltà di sentimenti. Il male è sempre vista sotto forma di peccato, e l’argomento scorre sul binario di una serietà ineccepibile, con una sana moralità, scevra da prediche e da vuoti giri di parole... Il libro, che Gastaldi ha curato con buona edizione, è raccomandabile, anche come documento di un tempo importante per la storia del nostro popolo.
Telio Taddei, IL RAGGUAGLIO LIBRARIO, Milano, febbraio 1950


Bisogna leggere quest’opera del Presenzini, scrittore lento ma efficace, lontano da ogni narcisismo letterario, e pure in possesso di una tavolozza varia ed estesa.
Armando Zamboni, IL GIORNALE LETTERARIO, Milano, 15-6-1949

Il dramma di una generazione... cui non mancarono avvenimenti da renderla inquieta e irrequieta, cinica ed eroica. Narrazione piena, movimentata. E quanta varietà di tipi! Il sognatore e il profittatore, il tradizionalista e il futurista, il socialista e il fascista, il bigotto e il blasfema. E una giovinezza rivoluzionaria perché giovinezza, e perché ha fatto la guerra; e la guerra non è conservatrice. Su questa vita ad alta atmosfera, la vita inesorabilmente piatta, stanca, d’ogni giorno, che vuole ad ogni costo quiete, riposo, pace.
I DIRITTI DELLA SCUOLA, Roma, 10-8-1949

D’una assoluta varietà d’ambienti, d’avvenimenti e di stati d’animo; d’una ricchezza eccezionale di personaggi e di caratteri, i più disparati (studenti ed artisti, sacerdoti e professionisti, operai, artigiani, sagrestani e donne di servizio, idealisti e filibustieri); e tutto percorso da un’onda di soave poesia, questo romanzo vuole essenzialmente essere un’opera d’arte.
L’UMBRIA, Perugia, 29-3-1949

Sano pagine piene di poesia, senza ricerca di effetti, anche nella lotta che si acqueta nella morte che purifica.
CORRIERE MILITARE, Roma, 30-9-1950

Un’opera egregia, dal punta di vista letterario e del suo contenuto.
IL MESSAGGERO, Roma, 25-3-1949

Cinque famiglie si innervano nel racconto con efficace e intelligente tratteggiatura dei caratteri e dei sentimenti, in cui il Presenzini mostra le sue migliori qualità di accurato e sensibile autore. E queste cinque famiglie vivono il dramma di un’infelice generazione che segue il doloroso travaglio del Paese fino a identificarsi con questo nella serrata e fatale corsa versa l’epilogo.
IL VESUVIO, Napoli, 25-6-1949

Triste periodo della nostra storia; ma dipinto con mano vigorosa, con vigile senso dell’arte.
Dino Provenzal, GIORNALE DI VOGHERA, Voghera, 18-11-1949

Il Presenzini ha saputo rievocare, con chiara fermezza di tratti, senza lungaggini e quasi sempre senza superfetazioni liricizzanti..., riducendo le notazioni all’essenziale, l’influenza dell’ambiente sugli uomini d’Italia nella prima fase del Novecento (sino al 1922) e negli ultimissimi anni del secolo precedente.
Aldo Capasso, SICILIA DEL POPOLO, Palermo, 4-10-1949


Alcuni giudizi della stampa su
QUEI POVERI PIONIERI
di Giuseppe Presenzini

Sono in questo romanzo certi modi di disegnare le cose, sfiorandone appena i contorni, e certe grazie sul taglio dei capitoli e certe finezze di stile.., certi segni di sincerità che denunciano chiaramente nel Presenzini un artista di primissimo grado.
Armando Zajotti, GAZZETTA DI VENEZIA, 23 marzo 1924

Romanzo che non si può leggere senza ammirazione per l’autore.., e senza commozione pei personaggi.
Arturo Calza, GIORNALE D’ITALIA – Roma, 19 marzo 1924

I personaggi non sono i soliti tipi che, come rime obbligato, vengono a fare il loro inchino, a dir la loro imbeccata, che risponde ad un’altra tante righe più in su. Nel libro del Presenzini c’è un soffio d’umanità che li anima, e fa loro acquistare una individualità, forse maggiore, nelle creature inferiori.
Giuseppe Prezzolini, CORRIERE MERCANTILE - Genova, 2 aprile 1924

Libro generoso il romanzo Quei poveri pionieri di Giuseppe Presenzini... ma anche, e soprattutto, libro d’arte.
Pierangelo Baratono, IL LAVORO – Genova, 10 aprile 1924

Un romanzo di vita, un’opera di largo afflato, un poema di alta e profonda umanità.
Giuseppe Zuppone – Strani, CORRIERE D’ITALIA - Roma, 2 aprile 1924

Bravo Presenzini, ci avete dato il romanzo bello e buono, una cosa tanto rara!
Padre Semeria, LA FESTA – Milano, 6 aprile 1924

Un piccolo capolavoro; duecento pagine di prosa, alla quale non eravamo più abituati; prosa facile, corretta, naturale, armoniosa, quasi ritmica, nel ritmo saltellante, ineguale pascoliano del verso minore.
Mario De Sensi, GIORNALE D’ITALIA – Roma, 29 agosto 1925

Romanzo sano, fresco, vario, ricco di umanità e di colore. Notevole in esso la virtuosità dell’autore di ottenere i suoi massimi effetti co’ minimi mezzi.
VARIETAS - Milano, 10 ottobre 1925

Finché il mondo scolastico italiano produrrà libri come quello del Presenzini si potrà guardare con speranza alla scuola italiana... Libro profumato di poesia, e della migliore e più naturale poesia realistica.
NEUE ZURCHER ZEITUNG – Zurigo, 22 novembre 1925

Dopo l’orgia dell’intellettualismo superbo, anche qui, come nel Papini, come nel Pirandello, la rinunzia. Non la rinunzia sterile, ma quella che prelude a nuova conquista.
Giovanna Chroust, AUGUSTEA – Roma, 15 aprile 1926

Nessuno meglio di noi potrebbe testimoniare della verità dei personaggi che il Presenzini muove sulla trama del fine intreccio, delle circostanze di tempo e di luogo, dello spirito sanamente verista con cui è ritratto, a sfondo di questo romanzo, con lo pseudonimo di Borghiera. la nostra cittadina, la nostra campagna.
Carlo Pierantoni, LA VOCE TUDERTE - Todi (Perugia), 20 maggio 1924

Presenzini è un giovane scrittore che per le sue abili virtù linguistiche e narrative è riuscito a trovare subito la via maestra.,
A. N. Nasali Rocca, IL CITTADINO – Genova, 20 aprile 1924

Romanzo? Io direi pagine di vita vissuta, scritte con la foga travolgente di chi sente ardere nel cuore la gran fiamma della passione, di chi sentì, sofferse ed amò la tormentata vita dei pionieri.
Leone Clerie, VITA MAGISTRALE MILANESE, aprile 1924

A traverso questo romanzo il Presenzini si rivela uno scrittore maturo. Ha una spontanea semplicità che una raffinata intelligenza ha educato a un senso della misura e del colore, onde l’espressione di uno stato d’animo e la descrizione di un ambiente acquistano serena obiettività e impersonale sentimentalità.
Benedetto Migliore, GIORNALE DI SICILIA – Palermo, 13 maggio 1924

Il libro di Presenzini rappresenta una notevole affermazione artistica.
Don Ferrante, AVANTI - Milano 1 giugno 1924

Il suo stile è semplice e robusto, sano ed onesto, e le sue descrizioni, sobrie e vivaci, richiamano alla mente il ricordo di quel novellare puro e limpido che fu vanto dei nostri maggiori.
M. Mang., IL POPOLO DI TRIESTE, 3 luglio 1924

Quei poveri pionieri è il libro del giorno. Coglie elogi dai critici più difficili.
PATRIA - Porto Alegre, 2 maggio 1924

Il Presenzini è uno de’ pochi scrittori nostri che per le sue attitudini si rivela capace di vedere la vita in una forma integrale.
Giov. F. Cecchini, IL CONCILIO – Foligno, 15 giugno 1924

Un romanzo che è un piccolo brano di umanità disadorna. Niente fronzoli, niente orpelli. La verità più umile, più modesta, gli aspetti della vita più squallida, più primitiva; ma su tutto un alitare di poesia che si diffonde come il profumo di mille fiori nascosti.
Umberto Morucchio, I LIBRI DEL GIORNO – Milano, maggio 1924

Un romanzo soldo e serrato, scritto con una prosa - oh! sì, lasciatemelo pur dire una volta! - che in Italia, e anche in Toscana, non si sa più scrivere ormai che da pochi.
Aldo Lusini, IL POPOLO SENESE – Siena, 2 marzo 1925

Il Presenzini si inserisce con questo racconto nel quadro della narrativa contemporanea, recandovi i segni di una personalità schietta e matura.
Lorenzo Gigli, GAZZETTA DEL POPOLO – Torino, 11 settembre 1924

Un romanzo piacevole: fresco e fragrante di timo e d’erbe silvestri... Questo racconto, semplice e illuminato da un amore così elevato, è bene vada tra i giovani.
Armando Robino, GIORNALE DI GENOVA, 26 ottobre 1924

Alle volte si chiude un libro con un oh! di ammirazione, ma Quei poveri pionieri si lascia mandando un saluto di simpatia a chi l’ha scritto, sentendo che ci ha fatto - e che gli vogliamo - del bene.
Dino Provenzal, MESSAGGERO TOSCANO – Pisa, 18 novembre 1924

 

Reali Mario Lucrezio <Torna al menù>

Mario Lucrezio Reali (Foiano della Chiana, 9 ottobre 1939) è un poeta e scrittore italiano, nonché manager nel settore del gas naturale e del petrolio.

Biografia
Dopo aver conseguito la laurea in chimica presso l'Università Lomonosov di Mosca e l'Università di Bologna, si stabilisce in Unione Sovietica dove ricopre incarichi di rappresentanza per la Montedison (1967-1981) e per l'Eni (1981-1991). Dopo aver guidato, dal 1991 al 1993, la Camera di Commercio italo-russa di Mosca, torna in Eni dapprima come responsabile per l'area della Comunità degli Stati Indipendenti e successivamente come consulente. In tale veste si occupa della realizzazione del gasdotto Blue Stream, da taluni considerato il più importante al mondo per complessità tecnica.

Sempre per conto dell'Eni, Reali è intervenuto nell'ammodernamento di altri gasdotti, ha curato gli accordi di fornitura di petrolio e gas metano dalla Russia all'Italia e ha dato avvio allo sfruttamento dei giacimenti kazaki di Karachaganakh e Kashagan.

È tra i pochi occidentali ad aver ricevuto dalla Gazprom, nel 1999 e nel 2005, l'onorificenza quale “Lavoratore emerito dell'industria del gas”, che viene concessa per particolari meriti nello sviluppo dell'industria degli idrocarburi.

Dal 2005, Mario Reali si dedica in modo esclusivo alla poesia e alla prosa.

Attività poetica
Ha pubblicato tre raccolte di poesie: “Tramonto in Europa” (2006), insignito del premio letterario Santa Marinella, “L'anima corrotta” (2007), insignita del premio internazionale Agape 2008, Sezione Poesia, e "L'uomo a quanti" (2008), presentato alla Fiera Internazionale del Libro di Torino.

Critica
Il critico Paolo Lagazzi, che è stato curatore delle tre raccolte di Mario Reali, a proposito di Tramonto in Europa ha scritto che "nessuna ipotesi dell'intelligenza, nessuno spiraglio ideale o spirituale è intentato al fine di trovare qualche grande risposta o di opporre un argine a ciò che a tratti sembra, più che l'impensabile ordine delle cose, lo tsunami montante del caos".

Su L'anima corrotta Lagazzi ha scritto: "La voce del poeta ci addita la corruzione dell'anima come origine prima del male della modernità, ma ci ricorda che ad essa potranno opporsi fino all'estremo lo stupore e la bellezza".

Nella presentazione di L'uomo a quanti Lagazzi ha individuato il tema della raccolta nelle "aporie del nostro abitare il mondo con un'energia capace di stravolgere le categorie abituali del pensiero".

Le Opere
Capitolo/intervista di Mario Reali in "Gosudarstvennij chelovek" ("Uomo di Stato"), 2005 Mosca
"Tramonto in Europa" 2006 Sandro Teti Editore, Roma
"L'Anima Corrotta" 2007 Sandro Teti Editore, Roma
"L'uomo a quanti" 2008 Sandro Teti Editore, Roma

Fonte: www.wikipedia.org
Redditi Ferdinando <Torna al menù>
Redditi Ferdinando (1766-1834) fu colonnello dell’esercito Napoleonico ed uomo politico di tendenze anticonformiste. Combatté in tutte le guerre dell’Impero, a lui accennò il dr. Viviani, e ampiamente ne scrisse il Marcelli nel suo libro “La Villa del pozzo”.
Senesi Mario <Torna al menù>

Mario Senesi nato a Foiano della Chiana il 29 aprile 1936, dove risiede.
Diplomato a Fermo (AP) nel 1956 come Perito industriale, ha lavorato come Disegnatore progettista nella fabbrica di televisori; successivamente è passato a lavorare nel settore meccanico, presso la più grande multinazionale di “cuscinetti volventi” RIV di Torino, poi SKF, presso la direzione generale, giungendo ad essere “Responsabile dell’ufficio ferrovie” (1972-1976).
Durante la permanenza a Torino si è laureato presso la locale Università Statale in Scienze Politiche – indirizzo economico nel 1976.
Appassionato da sempre di storia ha potuto interamente dedicarsi a questa sua vocazione soltanto quando ha terminato l’attività lavorativa per pensionamento (1996).
Ricercatore paziente e attento ha scoperto manoscritti inediti e antiche cronache di accadimenti riguardanti la sua terra di Toscana e non soltanto.

Nel 1998 ha pubblicato il primo saggio dal titolo “Da Campus Fugianus a Foiano della Chiana (Cronologia storica dalle origini al Plebiscito) – Ed. Grafica l’Etruria di Cortona -; seguono, nel 2000, “Foiano della Chiana – Scrigno di Tesori: le chiese” – Arti Tipografiche Toscane (Cortona) -; nel 2003, “La Battaglia di Scannagallo” – Regione Toscana, Consiglio Regionale (Firenze) -; nel 2005, “Foiano della Chiana, un paese nel Regno d’Italia (1860-1946)” – Arti Tipografiche Toscane (Cortona) -.
In questi anni ha inoltre pubblicato alcuni piccoli saggi tra i quali: “Oratorio del SS. Sacramento di Pozzo della Chiana”, “Frà Benedetto Tiezzi da Fojano” e “L’Assedio di Fojano del 1452”.

Nel 2009 pubblica il libro “Cronaca di un viaggio d’altri tempi – Visita fatta nei suoi Stati dal Granduca Cosimo Secondo nel 1612” - Arti Tipografiche Toscane (Cortona) -, l’opera, senz’altro la più intrigante creata dall’appassionato e preciso ricercatore e storico Mario Senesi, è la straordinaria testimonianza di un viaggio compiuto dal Granduca di Toscana e la sua Corte, un seguito incredibile per quei tempi da gestire, muovere e sostentare per lungo tempo. Volume importante e di grande interesse presentato e minuziosamente commentato dallo stesso autore presso molti dei Comuni citati nel viaggio del Granduca, suscitando attenzione e plausi da parte delle Amministrazioni che ne riconoscono il valore storico (clicca QUI per leggere le presentazioni del volume del Sindaco di Arezzo Giuseppe Fanfani e del Sindaco di Cortona Andrea Vignini).

Nel 2010, ancora un opera "Foiano e la sua Banda" - Edizioni Filarmonica "Pietro Mascagni" - un contributo storico alla comunità di Foiano, frutto della passiaone di Mario Senesi per le bande musicali.
 
E’ stato uno dei soci fondatori dell’Università dell’Età Libera di Foiano della Chiana, della quale è stato Presidente per oltre 12 anni, fino al 2010.
Dal 2009 è nominato socio dell’Accademia Petrarca di Arezzo.

Attualmente, continua ininterrottamente il suo intenso lavoro di ricerca con sempre nuovi progetti editoriali e collabora con l’Associazione Foiano in Piazza, fornendo prezioso materiale culturale e storico, divulgando le sue opere e ricerche nel sito www.foianoinpiazza.it quale eredità storica ("Con infinito amore per la mia terra ho ripercorso le antiche strade, visitato le chiese, visionati testi di memorie antiche, per scoprire, riportare alla luce notizie utili per depositarle quale eredità storica, culturale e artistica, nelle mani di coloro che verranno dopo di noi" - Mario Senesi).

Seriacopi Francesco Natale <Torna al menù>
Seriacopi Francesco Natale (? -1891) fu dilettante meccanico di straordinaria abilità.
Possiamo ben affermare trattarsi del "Leonardo da Vinci" di Foiano per la sua genialità nell'arte della meccanica.

Nel 1857 costruì il vecchio organo della chiesa della Collegiata che fu dichiarato, dai maggiori componenti dell’epoca, cosa meravigliosa più unica che rara.
Apportò cambiamenti, documentati nella storia della tecnologia degli organi.

Tanti sono i riconoscimenti avuti dal Seriacopi, clicca QUI (e nelle pagine successive) per leggere la storia de' "L'Organo della Collegiata del Seriacopi (1853–1858)".

Tra i tanti riconoscimenti documentati segue la delibera del Consiglio comunale del 1/9/1925 per la costruzione di una lapide in memoria di Francesco Natale Seriacopi.

Delibera del Consiglio Comunale di Foiano n° 45 del 1° settembre 1925.

Il Sindaco, quale Presidente dei pubblici Festeggiamenti che avranno luogo in Foiano a datare dal 20 Settembre prossimo propone, per incarico del Comitato, di apporre una lapide nella facciata della Casa di proprietà della Cassa Rurale posta in Foiano - Piazza Cavour in memoria del concittadino Seriacopi Francesco Natale, già proprietario di detta casa, dove egli abitò per lungo tempo e morì e dove insieme a molte opere di meccanica costruì il prezioso Organo della nostra Collegiata a tutti noto per i suoi effetti fonici speciali e nuovi.

Soggiunge che l'Epigrafe da incidersi nella Lapide, dettata dal Maestro Cav. Sig. Pio Coradeschi sarebbe la seguente:

Nato in non comune agiatezza
dotato di larga scientifica cultura
Francesco-Natale Seriacopi
la naturale inclinazione volse
alle predilette applicazioni meccaniche
e di estrema modestia schivò rinomanze
pago di intime soddisfazioni.
L'Organo però da lui costruito
per incarico del Comune
or sono 14 lustri
decoro di questa Collegiata
da competenti
per effetti e segreti tecnici
giudicato pregevolissimo
del suo insegno
unico, pubblico, insigne documento
vuole ricordato ai venturi
il nome del proprio autore.
A questo dovere adempie     
la Comunale Amministrazione
con questa lapide
che pone nella Casa ove egli abitò
oggi XX Settembre I925
34 anni dopo la sua morte.

Apertasi la discussione e sentito che la spesa della Lapide andrà a circa Lire 300, tutti si mostrano favorevoli alla proposta del suo Presidente e su proposta della Giunta

II Consiglio

Ad unanimità di voti resi dai 10 Consiglieri presenti, sui venti assegnati al Comune e sui l8 attualmente in carica.

D E L I B E R A

approvare l’apposizione di una Lapide in marmo in memoria del defunto Concittadino  Francesco Natale Seriacopi nella facciata della Casa della Cassa Rurale posta in Foiano, Piazza Cavour, con la Epigrafe sopraindicata e la relativa spesa nella somma di circa L. 300 da prelevarsi dal fondo delle spese impreviste del Preventivo corrente.

IL PRESIDENTE: F° Romboli Attilio
IL CONSIGLIERE ANZ: F° Michelangioli Lorenzo
IL SEGRETARIO: F° Gino Cavazza
Seriacopi Marino <Torna al menù>

Marino Seriacopi, Maestro Pittore di Foiano della Chiana

Il Maestro Pittore Marino Seriacopi, detto il “Pugile”, è nato il 6 marzo 1939 a Foiano della Chiana nella frazione di Pozzo della Chiana. 
Fin da bambino ha vissuto la natura come espressione di una vita semplice e spensierata, immerso nel panorama di un’immensa campagna vissuta da animali da cortile e da fattoria liberi e padroni dell’ambiente, grandi e superbi come Dei, visti come dominatori d’uomini, impressi nelle tele con rispetto e devozione. Marino asservito da un profondo amore dipinge gli animali, come il tacchino, la sua ossessione, non indifesi ma difendibili come un suddito al grido di “Dio salvi gli animali”,.
L’amore per gli animali gli fu dapprima impresso dal papà contadino e allevatore di animali di piccole e grandi taglie, conigli, oche, galline, galli, tacchini, pecore e vitellini chianini. Animali liberi in un cortile senza confini propagato nella campagna circostante, fonte delle prime esplorazioni del bimbo, e poi ragazzino, Marino. Ogni animaletto destava il suo interesse. Imparò a riconoscere gli uccellini della campagna guardando il cielo e arrampicandosi sugli alberi, nacque così la sua prima passione che lo portò ad allevare un’infinita varietà di volatili raccolti non per vile commercio, ma per accudirli con il suo amore.
Un’altra sua passione fu la fisarmonica, che suonava con eccellenza, tanto che in gioventù veniva chiamato alle feste contadine, alle cerimonie matrimoniali e ai compleanni nelle case del vicinato. Possiamo immaginarlo come un fauno, un essere mitologico dio della campagna, circondato da animaletti incantati dalla sua musica.
Poi cambiò. Un suo grande amico (Mario Dagata) lo trascinò verso un’arte “brutta”, così lui la chiama, il pugilato. Negli anni ‘56-57 iniziò la carriera sportiva, lo definivano un pugile intelligente con uno stile eccellente, nei campionati regionali guadagna sempre un posto nelle finali, presenziò come riserva alle Olimpiadi di Roma del 1960 accanto al suo collega e amico Bruno Arcari, campione del mondo. Lo stesso anno si sposò con una ragazza di Foiano, nacque il suo primo figlio e trovò lavoro come carpentiere alla costruzione dell’autostrada del sole, ma continuò a coltivare sempre la passione del pugilato per oltre dieci anni.
Frequentava anche i cantieri del Carnevale di Foiano, imparando l’arte del fare, della creatività.
Si trasferì a Milano in cerca di fortuna e si ritrovò a fare il cameriere. Il ristoratore era il suocero di Moris Ergas (ex marito di Sandra Milo) un famoso produttore cinematografico, frequentò e lavorò nella sua splendida casa ricca di quadri importanti e di valore, opere che cominciarono ad interessarlo mentre ne spolverava le cornici.
Nel 1964 l’interesse divenne passione e iniziò a realizzare le sue prime opere, in quel periodo lavorava come cameriere e autista nella casa del padre di Silvio Berlusconi, alcuni suoi quadri sono ancora nella casa di famiglia. I quadri d’autore di casa Berlusconi arricchirono la sua arte e lo portarono a un irreversibile amore per la pittura.
Tornò in Toscana per lavorare come cameriere e autista presso la fattoria “La Tana” del conte marchese Giaquilli Console di Danimarca. Un luogo ricco di quadri d’epoca che rafforzarono in lui la sua arte. Nel tempo libero dipingeva e i signori della casa apprezzavano le sue opere, lo spronavano a continuare, lo incoraggiarono a dedicarsi ai panorami della campagna e acquistarono molte sue opere.
Nel 1975, con qualche soldo in tasca, tornò a Foiano e iniziò la carriera di pittore.
Tornò a frequentare i cantieri Bombolo e Rustici del Carnevale di Foiano prestando il proprio contributo per molti anni.
Realizzò molte opere e iniziò a partecipare ai concorsi.
Concorse e vinse il 1°  premio di pittura naif nel 78 (79) al premio internazionale “Piero della Francesca” premiato presso la galleria Cavalier Simi.
1° premio al “Caminetto d’oro” a Tirrenia (LI) con un quadro temporaneo fatto davanti a una giuria di pittori di scuola.
Nel 1980 (81) a Roma “Pace nel mondo” 1° premio internazionale premiato al cinema Farnese
con il quadro “Giudizio universale” (oggi in casa di Renato Banini) premio Master pittore.
Nel 81 (82) ad Arezzo, conquista di nuovo il 1° premio internazionale “Piero della Francesca” premiato alla galleria Piero della Francesca.
1° premio nazionale “Premio porta Santo Spirito” (Arezzo).
Nel ’84 a Ferrara, 1° premio internazionale, Master pittore premiato da Sgarbi.
Seguirono poi tanti altri concorsi a livello nazionale.
Tante sono le opere prodotte, consegnate a personalità aretine, del territorio nazionale, qualche volta anche fuori d’Italia.
Nel ’92 lo sconforto per la morte della moglie rallenta l’entusiasmo.
Nel ’94 conosce la sua attuale compagna, la pittrice polacca Anna Pienkowska (premiata a Lucignano nel 96, ha partecipato in 2 concorsi a Foggia, a Cabras, conquistando molti ricoscimenti), lavorano in arte assieme e arricchiscono l’uno con l’altra.   
Oggi, pensionato, continua a presenziare in piccole mostre paesane del territorio della Val di Chiana, da Arezzo fino a Chianciano. Si dedica sempre alla pittura naif dipingendo su quadri di tela e compensato sempre raffigurando la campagna e gli animali.
Coltiva sempre la sua passione e possiamo trovarlo mentre realizza le sue opere nel suo studio in Corso Vittorio Emanuele 99 a Foiano della Chiana.

Alcune sue opere
Pace nel mondo - 1° premio Roma
Risveglio in Val di Chiana - 1° premio Arezzo ‘78
Risveglio in Val di Chiana n. 2  - 1° premio Arezzo ‘82
Il giudizio universale – 1° premio
Apocalisse – 1° premio
L’evasione dalla terra – 1° premio
Le quattro stagioni – 1° premio
Tappeto volante  – 1° premio

Le sue opere sono pubblicate sul sito: clicca QUI

Tartaglini Leone <Torna al menù>

Tartaglini Leone fu cerusico botanico del secolo XVI, autore di un “Erbolaio” pubblicato nel 1588, oggi non reperibile. E’ rammentato dal Targioni Tozzetti, dal Prof. Achille Forti, dall’Avv. G. Battista Del Corto e dal Dott. Viviani.

Fu chiamato Maestro Leone, Leo Circulator, Leo Tartaglinus, Leo Folianus e Notus Leo Folianus. Visse lungamente a Venezia ove di lui si conserva, alla Marciana, un opuscolo: “Opera nuova nella quale se tiene la natura del sonno con alcuni bellissimi secreti medicinali. Opera di maestro Leone Tartaglini da Foiano de Valdichiana, Chirusico et Herbaro. Medum te nuere beati in Venetia MDLI”.
Vannuccini Ernesto, Enrico e Luigi <Torna al menù>

Vannuccini Ernesto (1793-1885) Enrico (1834-1898) e Luigi (1828-1911) furono valentissimi musicisti, all’inizio organisti della chiesa della Collegiata e poi compositori di musica classica; conosciuti in Firenze, nelle principali città italiane, ed all’estero, ove lungamente viaggiarono.

Lasciarono ottimi brani musicali che furono molto apprezzati anche in Francia, negli Stati Uniti d’America ed in Inghilterra.

Notizie biografiche di questa famiglia di musicisti foianesi dette il Prof. Neretti nel suo libro “La Musica - Luce dell’anima” edito a Firenze nel 1937.

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